Omelia di Natale

Una storia di Natale

“In quei giorni un decreto…” mai come quest’anno l’inizio del vangelo della notte risuona forte nelle nostre orecchie. Da molti mesi non facciamo altro che ascoltare, commentare, criticare, dei decreti.
Senza scendere troppo in particolari di tipo giuridico un decreto è un comando, una legge a cui ubbidire, un obbligo. E come tutto ciò che obbliga ci mette in crisi perché è un attentato alla nostra libertà, a quello che consideriamo un bene supremo.
La storia del Natale comunque inizia con un decreto. L’imperatore voleva contare i suoi sudditi. Voleva capire di quanta potenza militare potesse disporre e di quanta potenza economica potesse entrare in possesso. Per questa decreta il censimento. È un decreto molto violento, che fa nascere rabbia, paura, astio. Cosa fare davanti a un decreto di questo genere? Ci si può ribellare, trovare una scappatoia, fuggire da un’altra parte, sottomettersi passivamente oppure con astio…
Il vangelo sceglie una via diversa: focalizza lo sguardo su qualcosa d’altro. In mezzo a grandi eventi, a personaggi storici importanti l’obiettivo del vangelo si fissa sulla nascita di un bambino, un evento marginale e molto comune. Questo 2020 ci ha portato il Covid, l’inondazione proprio qui a casa nostra, vari scandali nella Chiesa, negli stati… è facile che il nostro sguardo sia attratto da tutto questo.
Gli eventi straordinari hanno sempre un impatto emotivo molto alto, ma non cambiano il piano di Dio che entra silenziosamente nella nostra storia. Il prologo di Giovanni ci dice che il Verbo si fa carne, pone la sua tenda fra di noi in modo talmente simile a quello di ogni altro uomo, in modo talmente normale che moltissime persone non se accorgono neppure. La straordinarietà della venuta del Messia, di quel Salvatore desiderato e atteso da secoli passa attraverso la nascita normalissima, direi quasi banale, di un bambino.
È un Dio che viene a salvarci nel quotidiano, nell’ordinario, nelle cose semplici e normali della vita.
Questo strano Natale, che ci ha tolto tutti quegli aspetti straordinari che rendono unico questo giorno, forse ha davvero qualcosa da dirci. Siamo costretti da un decreto a rimanere in casa, solamente con le solite persone di famiglia, niente cena della vigilia, niente super pranzo di Natale, niente riunioni di parenti, niente tombola con i premi più grotteschi, niente regali bizzarri della classica zia svampita… solo cose normali.
Il vangelo però ci dice che Dio lo si incontra proprio lì, in quelle cose normali che sono alla portata di tutti. Dio è alla portata di tutti! L’annuncio ai pastori dice che è nato il Salvatore non che è giunta la salvezza. Per ora c’è solo un segno: un bambino in fasce. Un evento piccolo, normale che deve maturare ancora per tanto tempo. È solo una promessa, una indicazione per il cammino verso il futuro.
Il prologo di Giovanni inizia presentando il Verbo come Dio preesistente, il Dio creatore, onnipotente… però poi conclude dicendo che solo Gesù lo ha mostrato, raccontato e spiegato. E non è tanto il Gesù uomo maturo che predica e fa miracoli, ma il Gesù entrato nella fragilità e precarietà della natura umana.
Questo è il Natale, l’annuncio grandioso che Dio si rivela nella piccolezza umana, contro ogni forma religiosa che pone Dio nella forza e nell’imponenza e poi cerca di imitarlo cercando rilevanza e potere.
Il vangelo ci dice che è l’impotenza e non la potenza, l’ordinario e non lo straordinario, l’umano e non il sovrumano che ci rivelano la presenza di Dio. In particolare, è l’immagine del neonato avvolto in fasce che ce lo rivela perché indica tutta la fragilità e la debolezza che Dio ha scelto di abitare e insieme la cura e la tenerezza di chi lo avvolge e lo culla.
In questo connubio di fragilità e accoglienza si rivela pienamente il mistero del Natale. Credo che oggi la fragilità di tanti malati e la cura di tanto personale medico siano l’omelia più efficace per spiegare il Natale del Signore, storie piccole, quotidiane, storie della presenza di Dio.
In questi giorni un decreto ci obbliga a stare in casa, ad assistere a telegiornali drammatici, a cercare di barcamenarci fra complottisti, menefreghisti, terroristi e vittimisti, ma forse possiamo fare come fa il vangelo: allontanarsi dalla cornice per focalizzarsi su una piccola storia di fragilità e di accoglienza. E in quella piccola storia scoprire che è Natale.
A Betlemme solo dei poveri, come i pastori, hanno saputo accogliere la rivelazione, chissà chi di noi è abbastanza umile e povero da credere a queste storie. Eppure, solo lì è davvero Natale.

Don Domenico