Omelia domenicale

3 Luglio – Araldi Unici

Ricordo che quando ero piccolo quasi tutti gli anni, a Spilamberto, veniva un piccolo circo. C’erano i domatori, le cavallerizze, i trapezisti, giocolieri e clown, come in tutti i circhi. In questo circo, a conduzione familiare succedeva che il domatore di leoni fosse anche il clown, la cavallerizza volasse anche sul trapezio, che un cambio d’abito trasformasse la domatrice di elefanti in quella delle colombe. Ma la cosa che mi interessa ricordare è che la settimana precedente i clown, o chi per loro, giravano per il paese annunciando l’arrivo del circo e distribuendo buoni sconto.

Capisco che può sembrare un po’ un azzardo paragonare il ruolo dei settantadue discepoli di Gesù a quello di questi clown, ma mi è proprio venuto in mente questo. Gesù manda i settantadue “davanti a sé” cioè come araldi, come promotori di un incontro che non è obbligato, è semplicemente possibile. Toccherà poi alla gente decidere se e come incontrare Gesù quando passerà dal loro paese, proprio come toccava agli spilambertesi andare o non andare a vedere lo spettacolo del circo.

Certo che il ruolo degli araldi è importante! Dalla loro capacità di incuriosire, di promuovere e accattivare dipende l’esito della decisione. Gli araldi non portano il Signore, perché nessuno lo possiede, ma annunciano che “è vicino a voi il regno di Dio”, cioè che l’incontro con Dio è possibile e accessibile a tutti, persino chi ha rifiutato i messaggeri: anche per loro, infatti, il Regno di Dio è vicino.

Non solo il Regno è per tutti, ma anche l’annuncio è per tutti. I settantadue mandati non sono gli Apostoli, i Dodici, che noi identifichiamo sempre con vescovi e preti, ma sono discepoli, cioè ascoltatori della Parola, esattamente come noi che siamo qui. I settantadue indicano tutti. Tutti siamo dei messaggeri, degli araldi, promotori dell’incontro con il Signore. Tutti siamo mandati perché la messe è abbondante.

La messe è il raccolto e questo non dipende da noi. Dobbiamo solo imparare a vederlo. Troppo spesso abbiamo uno sguardo angosciato sulla vita e in particolare sulla vita della chiesa. Siamo sempre meno, sempre i soliti, sempre più vecchi… Forse siamo sempre meno proprio perché abbiamo e trasmettiamo uno sguardo da vecchi, senza speranza, senza futuro. Ci sono persone anziane che pur sapendo di non essere eterne sanno guardare avanti, preparare un futuro per le nuove generazioni, ma nella chiesa è più frequente lo sguardo negativo, rivolto al passato. C’è qualcosa che non va nel nostro approccio. Vediamo che c’è tanto da fare: bisogna educare i bambini, recuperare i giovani, stimolare le famiglie, stare accanto agli anziani… è vero, ci sono tutte queste cose da fare, ma come possiamo pensare di coinvolgere qualcuno a farle se non abbiamo questa visione di abbondanza, di ricchezza e di gioia?

Il vangelo ci dice di ripartire dalla preghiera. Pregare il Signore della messe, non significa chiedere a Dio altri preti o altri consacrati. Come dicevo i settantadue, così come gli operai, non sono preti e suore. Pregare serve prima di tutto ad alimentare la fiducia verso il Signore, a risvegliare la relazione con lui, ad assaporare la gioia dello stare con lui e avere lo sguardo fiducioso sul mondo che ha lui.

È chiaro che il termine ‘operaio’ richiama un lavoro, qualcosa di concreto e di impegnativo; quindi, l’invito alla preghiera non è l’invito a vivere uno spiritualismo disincantato, quell’affidarsi a Dio che in fondo nasconde deresponsabilizzazione e apatia. Il grano non si raccoglie da solo! Pregare il Signore della messe rende coscienti che non siamo noi i padroni, che c’è qualcuno a cui rendere conto. Se non siamo noi i padroni significa anche che non siamo noi a mandare gli operai, che non possiamo fare una selezione in base a criteri nostri, che dobbiamo imparare a vedere e a riconoscere il lavoro di altri operai.

Nel finale i settantadue tornano pieni di gioia e Gesù sembra voglia smontarli. Non è così! Lui invita solamente a non pensare alla mietitura della messe come a una raccolta di successi, personali o pastorali. La parola ‘successo’ non esiste nel nuovo testamento, anzi Paolo in diverse occasioni mette in guardia gli evangelizzatori dal farsi vanto dei risultati del proprio ministero. Gesù non vuole smorzare la gioia dei discepoli, ma vuole orientarla nel verso giusto: non serve guardare ciò che sta sotto, neanche se quelli schiacciati dai tuoi piedi sono serpenti, scorpioni o il demonio stesso, cioè il male che avvelena la vita e la divisione, ma occorre guardare in alto verso il cielo, dove il proprio nome è scritto nel ‘libro della vita’ di cui parla tante volte l’Apocalisse.

Il nome di ciascuno di noi è pronunciato da Dio come un nome unico, irripetibile. In quel nome c’è la nostra storia, la nostra unicità. Avere lo sguardo di Dio significa riconoscere l’unicità di ciascuno, avere stima e rispetto di quella unicità perché è scritta in cielo.

Don Domenico Malmusi

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