Spunti di riflessione

Per continuare la nostra riflessione e preghiera…

In questi giorni in cui viviamo il dramma della pandemia a causa del Covid 19, non vogliamo dimenticarci di tutti gli altri drammi che stanno colpendo il nostro mondo.

Un paese che non è più in grado di generare

di Giuseppe Savagnone in www.tuttavia.eu del 17 luglio 2020

Avrebbe forse meritato maggiore attenzione, da parte della stampa e dell’opinione pubblica, il dato, pubblicato in questi giorni, dall’Istat, secondo cui nel 2019 il numero delle nascite, in Italia, è ulteriormente diminuito di 19.000 bambini (-4,5%) rispetto all’anno precedente, toccando un minimo storico dal tempo dell’Unità. Abituati come siamo a lasciarci polarizzare dalle novità che “fanno notizia” – le news –, rischiamo di non percepire la direzione dei grandi processi a medio e lungo termine che maturano anno per anno, e da cui in realtà il nostro futuro dipende molto più che da singoli eventi su cui tanto si discute.

Il riflesso sulle pensioni. In questo caso la gravità della situazione avrebbe dovuto essere percepita se non altro alla luce dall’altro dato, anch’esso ufficiale, che il numero delle pensioni erogate dall’Inps, nel nostro Paese, ha superato per la prima volta quello degli stipendi. Perché non è necessario essere particolarmente inclinati alla matematica per aver chiaro che cosa questo significhi per le future generazioni. In passato un lavoratore poteva contare, per ricevere la meritata pensione, sui prelievi che lo Stato faceva dagli stupendi dei suoi due o tre figli. Era una piramide la cui base, normalmente abbastanza ampia (i figli a volte erano anche più d due o tre), di soggetti produttivi, sosteneva senza problemi il vertice, costituito dal pensionato.

Era già allarmante, nel recente passato, la progressiva riduzione di quella base. Il numero di giovani lavoratori che potevano mantenere gli anziani a riposo è andato diminuendo sempre di più. Oggi sappiamo che il rapporto è addirittura sceso al di sotto della parità. Grazie anche a riforme come quella della “quota cento”, fatta dal precedente governo, che ha ulteriormente favorito l’aumento dei pensionati (220.000 in più rispetto all’anno precedente). Se continua così, chi verrà dopo di noi, i nostri figli, non potrà più avere la ragionevole fiducia di godere, alla fine del proprio servizio professionale, di un reddito garantito. Si parla tanto di “diritti”, ma noi stiamo sistematicamente violando – in questo come in altri campi – quelli delle generazioni future.

L’occasione sprecata degli stranieri. Per un certo periodo a compensare questi vuoti c’è stata l’immigrazione, con l’arrivo di lavoratori stranieri i cui stupendi hanno dato ossigeno al nostro sistema pensionistico. Il precedente presidente dll’Inps, Tito Boeri – silurato dal governo giallo-verde anche per questo –, si era sforzato disperatamente di spiegarlo, dati alla mano, chiedendo una politica di progressiva integrazione che permettesse di fa passare dal lavoro “in nero” a quello “in regola” i cosiddetti “clandestini”. I “decreti sicurezza” – emanati dal Conte 1 e mai abrogati dal Conte 2, malgrado il cambiamento della formazione governativa – hanno messo una pietra tombale su questo progetto, rendendo sempre più difficile quella integrazione e respingendo gli stranieri verso un quasi inevitabile permanenza nella clandestinità.

Un Paese di vecchi. Ma l’emergenza pensionistica è solo un aspetto – sia pure di immediata rilevanza economica – di un problema più ampio. Stiamo sempre più diventando un Paese di vecchi. Il tasso di natalità è di 1,5 figli per donna, quando ce ne vorrebbero almeno due per mantenere il nostro livello di popolazione. Perfino gli stranieri, che avevano in una prima fase sopperito a questo deficit di natalità e contribuito a mantenere discretamente alto il numero degli alunni nelle nostre scuole primarie, da una parte sono stati scoraggiati dal venire in Italia (-8,6%) dall’altra sembrano essersi adeguati al trend degli italiani.

Il risultato, secondo lo studio Istat, è che la nostra popolazione dovrebbe scendere dai 60 milioni e 391mila residenti del 2019 ad appena 28 milioni alla fine di questo secolo. Anche altri Paesi del mondo stanno avendo una flessione, ma noi siamo in prima linea.

La mancanza di una politica per la famiglia. Le cause ovviamente sono tante. Una però è subito evidente, ed è la mancanza di una seria politica a favore della famiglia tradizionale – quella, per intenderci, che genera figli – e della maternità. Nella crescente attenzione ai diritti individuali l’Italia è rimasta sempre più indietro, rispetto anche ad altri Paesi europei, nel sostegno alla comunità familiare come tale, anzi ha promosso una serie di misure legislative, in nome della libertà individuale, che ne indebolivano i legami costitutivi, senza controbilanciarle – come invece si è fatto altrove – con altre che almeno incoraggiassero comunque alla generazione di figli.

Già al tempo del referendum sull’aborto. Il problema, del resto, ha radici antiche. Clamoroso il fatto che, già nella storica disputa sulla legalizzazione dell’aborto, non si sia mai pensato, prima di arrivare allo scontro sui princìpi, a promuovere di comune accordo – fautori e oppositori – una politica che, predisponendo una serie di contributi e di servizi, rendesse comunque più libera la scelta delle donne, dando loro, prima che il triste diritto di interrompere la gravidanza, quello di portarla a termine. Dall’una e dall’altra parte, si sono fatte dichiarazioni, si sono enunciati grandi valori, e non si è fatto quello che era più ovvio e più necessario.

Nessuna meraviglia: si era al tramonto di una stagione in cui a governare era stato il partito dei cattolici, da sempre entusiasti tutori della sacralità della famiglia, ma che non aveva fatto per essa nemmeno la metà di quello che si era invece fatto nella laicissima Francia.

E si è continuato sempre così, fino ad oggi. Molta retorica, sovrabbondanti promesse, qualche occasionale bonus bebè, ma non un’organica legislazione in grado di incoraggiare la generatività. C’è da stupirsi che siamo agli ultimi posti nel mondo?

Il problema del lavoro. Al di là dei fattori che riguardano direttamente la famiglia, ce ne sono altri che l’hanno colpita indirettamente. Penso alla difficoltà di trovare un lavoro prima di una certa età (e talvolta anche dopo…), che ovviamente ritarda la possibilità per le coppie di progettare di avere un figlio. Oppure, anche quando il lavoro c’è, alla sua precarietà (pardon, in politically correct si dice “flessibilità”): chi può pensare di mettere al mondo un bambino quando sa che il suo contratto scade dopo un anno? E questo già prima della pandemia. Che succederà adesso?

Non solo biologia. La mancanza di fecondità degli italiani non è però solo un fatto che riguarda la biologia. Da molti anni si parla di un “declino” dell’Italia che non è tanto una questione demografica o, come alcuni credono, economica, ma riguarda le risorse più profonde di vitalità del nostro Paese. Del resto, sono gli economisti a sottolineare che la decrescita del Pil dipende da una crisi della produzione, che a sua volta deriva da quella dei consumi, le cui origini vanno cercate in una diffusa sfiducia. Manca la speranza nel futuro.

La rabbia e la paura non generano nulla. Le passioni dominanti di questi ultimi anni sono state la rabbia e la paura. Ma con esse non si genera nulla. Con la rabbia si rimpiange qualcosa del passato che si è perduto, con la paura ci si trincera nell’esistente, difendendolo con le unghie e con i denti. Perché si possa generare bisogna, invece, aprirsi al futuro, preferire il rischio alla sicurezza, immaginare ciò che ancora non esiste invece di aggrapparsi a ciò che non esiste più.

La mancanza di generatività biologica è così una metafora di quella spirituale e culturale che ci rende un Paese di vecchi anche a prescindere dall’anagrafe. Non mancano, naturalmente le eccezioni che potrebbero essere invocate per smentire questa diagnosi. Ma è pur vero che molte grandi espressioni del genio italiano sono state possibili proprio per il fatto che sono state realizzate all’estero.

Tornare a generare per riscoprirsi un popolo. In ogni caso, resta il problema di fondo di un risveglio delle risorse morali e spirituali del nostro popolo. La ripresa economica, che pure è una urgenza assoluta, in questo momento difficilissimo, non può essere affidata solo a misure che piovono dall’alto. A parte le perplessità – che purtroppo condivido – sull’efficacia di queste ultime, anche nella migliore delle ipotesi esse non possono sostituire uno spirito di iniziativa, una creatività, un coraggio che esige l’impegno di tutti. Per uscire dalla crisi bisogna di nuovo ritornare a generare: non solo figli, ma anche idee, esperienze, relazioni costruttive… Magari riscoprendo, così, di essere quello che ci siamo dimenticati di essere: un popolo.

Quel corpo che grida

di Alessandra Ziniti in www.finesettimana.org del 16 luglio 2020

Per quattro volte in due settimane, increduli, i piloti di “Seabird”, l’aereo della Ong tedesca Sea Watch, hanno avvistato e fotografato il gommone grigio con quel corpo senza vita. Carnagione chiara, prono, il torace nudo, la testa incastrata tra i due tubolari del gommone che dalla prua sgonfia deve aver fatto scivolare verso l’abisso altre vite umane. Quattro avvistamenti, quattro fotografie, quattro alert con le coordinate, acque internazionali, zona Sar libica, fornite ai centri di coordinamento delle guardie costiere di Tripoli, Malta, Roma. Mai nessun intervento. Non vanno a salvare i vivi, figuriamoci se vanno a recuperare i morti.

Chissà chi è quest’uomo cui il destino ha riservato una fine così orribile. Morto di stenti, arso dal sole e dalla sete durante una traversata senza soccorsi. Forse ultimo superstite di un naufragio, rimasto inesorabilmente intrappolato con la testa tra i due tubolari di un gommone mezzo affondato, chiusi a tenaglia attorno al suo collo. Rimasto solo dopo aver visto morire prima di lui i suoi compagni di viaggio. Chissà se da qualche parte del mondo c’è qualcuno che aspetta sue notizie, che sa che si era imbarcato nel tentativo di raggiungere l’Europa. O se invece una moglie, una madre, un padre, un fratello, una sorella, dei figli magari lo immaginano ancora chiuso in un lager libico. E interpretano questo silenzio che dura ormai da settimane come una impossibilità a comunicare. Chissà se qualcuno sarebbe mai in grado di riconoscerlo questo corpo martoriato oltraggiato dai pesci, dal sole, dal mare, che vaga nel Mediterraneo prigioniero del gommone-sudario e dell’indifferenza di chi in quel mare dovrebbe salvare vite umane. E avere pietà per chi muore e per le loro famiglie. Questa foto rende grottesco l’acronimo Sar, che sta per search and rescue, ricerca e soccorso; acronimo utilizzato per identificare le diverse zone del Mediterraneo.

Neeske Beckmann, giovane pilota tedesca coordinatrice delle operazioni di Seabird, racconta: «Lo stesso corpo senza vita è stato individuato dall’equipaggio del nostro aereo per quattro volte in due settimane. Quel corpo deve essere recuperato e identificato in modo che possa essere sepolto, che i familiari possano essere informati e piangerlo. È una foto che non avremmo mai voluto essere costretti a mostrarvi».

Ricostruiamo: è il 29 giugno, un lunedì, quando all’ora di pranzo, il Seabird, alla sua prima missione, avvista il gommone: 34d1 012d25E, zona Sar libica. Le coordinate vengono girate al centro di ricerca e soccorso di Tripoli (quello, per intenderci, al cui numero rispondono gli italiani), ma nessuno va a cercare l’imbarcazione. Il giorno seguente: seconda segnalazione, ancora silenzio. E così nei giorni successivi, in un Mediterraneo ormai del tutto svuotato di navi umanitarie, all’aereo dell’Ong non resta altro da fare che segnalare quel corpo alle autorità italiane, maltesi e libiche. Quasi sempre ricevendo silenzi quando non dinieghi di informazioni. «Abbiamo più volte fornito alle autorità le coordinate chiedendo il recupero di quel corpo e la verifica delle circostanze — racconta ancora Neeske — non sappiamo cosa sia accaduto e cosa sia accaduto ad altre persone. Da allora non è successo nulla. Quando i corpi di chi muore non vengono recuperati e i familiari non vengono informati, con loro muore anche l’ultimo briciolo di dignità dell’Unione europea».

Nessuno cerca di recuperarlo. Vaga come un vascello fantasma. Fa male guardarlo. Con lui va alla deriva la pietas di un Occidente che aveva tra i valori fondativi della propria cultura quel principio di dare sepoltura ai corpi per cui Antigone fu pronta a morire, per cui il re Priamo ottenne dal nemico Achille di sospendere la guerra. Il cadavere riverso sul gommone grida l’orrore della sua morte, la violenza del sole, il gelo delle notti, la consunzione per sete e per fame, l’angoscia di spegnersi da solo nel deserto blu cobalto del Mediterraneo, dove si concentra il 75% dei decessi mondiali per migrazione. Grida di non fermarci alla pietà e all’orrore. Come un fantasma shakespeariano, torna a denunciare colpe e responsabilità precise: l’impatto devastante della campagna con cui sono state delegittimate e criminalizzate le Ong e, soprattutto, la tragica farsa delle acque Sar libiche, la cui creazione aveva fatto politicamente tanto comodo all’Italia, a Malta, all’Europa tutta. Questa foto rende evidente a tutti ciò che era chiaro da subito agli addetti ai lavori, che la sedicente Sar libica istituita nel dicembre 2017, nel silenzio consenziente degli altri Stati, non poteva funzionare. Molti osservatori denunciarono subito l’irregolarità soggiacente alla dichiarazione. Mancavano i presupposti minimi perché la Libia si facesse carico in autonomia delle operazioni di salvataggio in un’area tanto delicata. Con la guerra civile in corso, è tutto fuorché un luogo sicuro, né dispone di porti sicuri per lo sbarco dei migranti, alla luce degli abusi, torture e violenze documentate sui detenuti nei centri libici. Le decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo e altre autorità internazionali lo hanno affermato chiaramente. Forse l’unico modo per onorare la fine dell’uomo sul gommone e ciò che rappresenta, sarebbe la tempestiva abolizione della Sar libica. Per arrestare la deriva della nostra stessa umanità, sul quel gommone.

Papa Francesco: “Esame di coscienza”

sui migranti e sull’inferno della Libia

di Michela Nicolais in www.agensir.it dell’8 luglio 2020

In occasione del settimo anniversario del suo viaggio apostolico a Lampedusa (8 luglio 2013), il Papa ha chiesto “un esame di coscienza” sui migranti e sull’inferno della Libia, di cui “ci danno una versione distillata”. “La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere bolle di sapone che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio”, ribadisce Francesco mettendo in guardia ancora una volta dalla “globalizzazione dell’indifferenza”. Papa Francesco ha ripetuto le parole pronunciate a Lampedusa l’8 luglio del 2013. Nell’omelia della messa celebrata mercoledì per i migranti nella cappella di Casa Santa Marta, davanti ad un numero ristretto di partecipanti – il personale della sezione rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale – imposto dalle restrizioni legate all’emergenza sanitaria in corso, il Papa è tornato a chiedere “un esame di coscienza” su uno dei temi portanti del suo pontificato.

“Oggi ricorre il settimo anniversario della mia visita a Lampedusa”, ricorda Francesco, che ribadisce: “L’incontro con l’altro è anche incontro con Cristo. Ce l’ha detto Lui stesso. È Lui che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito, chiedendo di poter sbarcare. E se avessimo ancora qualche dubbio, ecco la sua parola chiara: ‘In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’”. “‘Tutto quello che avete fatto…’, nel bene e nel male!”, esclama il Papa. “Questo monito risulta oggi di bruciante attualità. Dovremmo usarlo tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza, quello che facciamo tutti i giorni”.

“Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti”: “Tutto quello che avete fatto… l’avete fatto a me”. Poi il racconto a braccio, con il fotogramma che è rimasto più impresso nella sua mente: “Ricordo quel giorno, sette anni fa, proprio al Sud dell’Europa, in quell’isola… Alcuni mi raccontavano le proprie storie, quanto avevano sofferto per arrivare lì. E c’erano degli interpreti. Uno raccontava cose terribili nella sua lingua, e l’interprete sembrava tradurre bene; ma questo parlava tanto e la traduzione era breve. ‘Mah – pensai – si vede che questa lingua per esprimersi ha dei giri più lunghi’. Quando sono tornato a casa, il pomeriggio, nella reception, c’era una signora – pace alla sua anima, se n’è andata – che era figlia di etiopi. Capiva la lingua e aveva guardato alla tv l’incontro. E mi ha detto questo: ‘Senta, quello che il traduttore etiope le ha detto non è nemmeno la quarta parte delle torture, delle sofferenze, che hanno vissuto loro’. Mi hanno dato la versione ‘distillata’. Questo succede oggi con la Libia: ci danno una versione ‘distillata’. La guerra sì è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione. E questa gente veniva soltanto con la speranza e di attraversare il mare”.

Il punto di partenza dell’omelia del papa è l’imperativo del Salmo 104, in cui si legge che la ricerca costante del volto del Signore costituisce “un atteggiamento fondamentale della vita del credente, che ha compreso che il fine ultimo della propria esistenza è l’incontro con Dio”. “La ricerca del volto di Dio è garanzia del buon esito del nostro viaggio in questo mondo, che è un esodo verso la vera Terra Promessa, la Patria celeste”, garantisce il Papa: “Il volto di Dio è la nostra meta ed è anche la nostra stella polare, che ci permette di non perdere la via”. Il popolo d’Israele, descritto dal profeta Osea nella prima lettura di oggi, “all’epoca era un popolo smarrito, che aveva perso di vista la Terra Promessa e vagava nel deserto dell’iniquità”, fa notare Francesco: “La prosperità e l’abbondante ricchezza avevano allontanato il cuore degli Israeliti dal Signore e l’avevano riempito di falsità e di ingiustizia”.

“Si tratta di un peccato da cui anche noi, cristiani di oggi, non siamo immuni”, il monito. “Protesi alla ricerca del volto del Signore, lo possiamo riconoscere nel volto dei poveri, degli ammalati, degli abbandonati e degli stranieri che Dio pone sul nostro cammino”, ribadisce il Papa lanciando un appello alla conversione. “L’incontro personale con il Signore, tempo di grazia e di salvezza, comporta la missione”, la consegna: “Questo incontro personale con Gesù Cristo è possibile anche per noi, discepoli del terzo millennio. E questo incontro diventa anche per noi tempo di grazia e di salvezza, investendoci della stessa missione affidata agli apostoli”. Incontro personale con Cristo e missione non vanno separati.

Don Ciotti: l’amore non basta. Per rialzarsi serve giustizia

intervista a Luigi Ciotti, a cura di Lucia Bellaspiga in “Avvenire” del 28 giugno 2020

Eh no, l’amore non basta. Per occuparsi degli altri è una base troppo fragile. Strano, per la parola più scontata, quella che mette d’accordo tutti: l’amore è indiscutibilmente una cosa bella. Ma don Luigi Ciotti scontato non è mai, e “L’amore non basta” è il titolo che dà al suo ultimo libro per ribadire fin dalla copertina che «occorre invece il sentimento di giustizia», «ossia quel sentire sulla pelle le ferite degli altri che impedisce l’indifferenza, il giudizio e il pregiudizio».

Nel libro racconta di don Tonino Bello. Che rapporto vi ha uniti? Lo conobbi negli Anni ’80 e subito capii che quell’uomo incarnava l’idea di Chiesa nella quale anch’io mi riconoscevo. Una Chiesa non solo per gli ultimi, ma con gli ultimi, immersa nel mondo però svincolata dalle sue logiche di potere. «La Chiesa è per il mondo, non per se stessa», usava dire. E ancora, «ai segni del potere si sostituisca il potere dei segni». Spesso mi raccontava di un amico senza dimora, o meglio con una dimora ridotta ai minimi termini: una scatola di cartone che don Tonino definiva «un ostensorio, contenitore di frammenti di santità». Si chiamava Bartolo e viveva vicino al Vaticano… La santità della povera gente era il suo primo Vangelo, anzi considerava la povertà come una condizione imprescindibile per viverlo appieno. Da qui nasceva il suo messaggio radicale e scomodo, nell’epoca di un benessere fondato sui consumi: saranno i poveri a salvare noi, non certo il contrario. Il suo era un parlare profetico da cui discendevano sempre azioni di coraggiosa coerenza, per questo era per me una specie di fratello maggiore.

Nel libro racconta anche di Roberto Antiochia, agente di 23 anni: chiese di essere trasferito in prima linea a Palermo contro la mafia e una settimana dopo è stato assassinato. Quale forza determina una generosità così estrema? Innanzitutto, la passione per la sua professione, Roberto prende coscienza che il cambiamento avviene solo se ciascuno dà il contributo di se stesso. E poi l’affetto profondo per i suoi superiori e maestri. Trasferito a Roma da mesi, Roberto torna a Palermo per il funerale del commissario Montana e lì si accorge che anche l’altro commissario Cassarà è minacciato, così chiede di essere riaggregato. L’amore, se non si impregna di questa dimensione di giustizia ed empatia per le ingiustizie altrui, non basta.

Papa Francesco ha detto che dall’emergenza Covid potremo uscire migliori o invece molto peggiori. Che cosa pensa di come la pandemia ci ha imposto cambiamenti anche duri? E di come le mafie si stanno infiltrando nella ripresa, approfittando nei vuoti lasciati dallo Stato? I cambiamenti “imposti” – per decreto o dalle contingenze non sono mai veri cambiamenti ma adattamenti. I cambiamenti veri partono da dentro, da un processo interiore spesso tormentato che per consolidarsi ha bisogno di molto impegno e coraggio. Si tratta di osare, di incamminarsi per sentieri nuovi, di rinunciare a sicurezze e abitudini. Questo è quello che bisognerà fare passata l’emergenza sanitaria, se vogliamo contrastare le ingiustizie che la pandemia non ha prodotto ma solo messo in evidenza.

«Peggio della crisi c’è solo il dramma di sprecarla», ha detto papa Francesco, e ha ragione. Il rischio è desiderare il ritorno a una “normalità” che era molto malata ben prima dell’arrivo del virus. Anche le mafie sono insediate in mezzo a noi da prima della crisi, la presenza criminale non è a margini ma nelle fessure della nostra società, e il crimine trova sempre nuove occasioni di potere causa l’osmosi tra legale e illegale. Da anni “Libera” denuncia che le mafie non sono un mondo a parte ma parte del nostro mondo, e che la forza delle mafie sta fuori dalle mafie: nella rete di collusione e corruzione che permette loro di diffondersi. Oggi è necessario non allentare le misure di prevenzione e di controllo anticorruzione che qualcuno vorrebbe eliminare in nome della pur necessaria “deburocratizzazione”. Lei è nato tra le montagne del Cadore ma presto è approdato nelle periferie metropolitane. Qual è il suo luogo dell’anima? Se per luoghi dell’anima s’intende quelli in cui ritroviamo la nostra origine ma anche riconosciamo il nostro destino, di certo le Dolomiti: il mio primo orizzonte emotivo ed esistenziale, le mie radici e le mie ali. Poi certamente la “strada”, la parrocchia che mi affidò padre Michele Pellegrino ordinandomi sacerdote, per me il luogo di un Vangelo radicalmente vissuto nel tentativo di saldare il cielo e la terra. Luoghi dell’anima sono quindi tutte le realtà di accoglienza per le persone più fragili, ma anche i monasteri di clausura dove ho potuto pregare immerso in quel profondo silenzio che risuona di Dio.

Come prega don Ciotti? Per me la preghiera è un grande desiderio di novità di vita, continuamente inventarsi cose nuove per rispondere ai bisogni delle persone, perché oggi è in corso un cambiamento epocale che impone di rimettere con forza la persona al centro. E poi attingo alle poesie e alle riflessioni degli amici che ho avuto il privilegio di incontrare, i complici di Dio, David Turoldo, Tonino Bello, gli amici di Romena, Carlo Maria Martini. Infine il Padre Nostro, la preghiera di Gesù, primo perché gli è nata dentro, spontanea, e poi perché sento bisogno che sia il Padre di tutti. Prendo le distanze da quelli che lo vogliono privatizzare, questo Padre.

Benedetto XVI, intervistato da un bambino che gli chiedeva come si immaginasse il Paradiso, rispose che lo desiderava abitato dai suoi genitori. Com’è il suo di Paradiso? Non ne ho idea, anche perché mi confronto quotidianamente con i miei limiti. Spero di esserne degno… Invece ho una precisa cognizione dell’inferno terrestre. Delle atroci sofferenze di chi viene umiliato, scartato, perseguitato. Di chi nei propri simili trova non fratelli, ma aguzzini spietati o spettatori indifferenti e “neutrali”. Di chi ha ricevuto non abbracci e riconoscimento, ma giudizi e pregiudizi. Un’idea di Paradiso me la sono fatta quando ho visto una di queste persone rialzarsi e ritrovare la speranza dopo aver ricevuto affetto, comprensione, opportunità. Ecco, nella luce di certi sguardi illuminati dalla speranza ritrovata mi è sembrato di cogliere quella del Paradiso.

Germania: nuove schiavitù

di Marco Pellizzoni in www.settimananews.it del 22 giugno 2020

L’enorme focolaio di Coronavirus (circa 1600 infetti e 7000 persone in isolamento) concentrato in un’azienda per il macello nel Nordrehin-Westfalen ha smascherato condizioni di lavoro in Germania di migranti provenienti dall’est dell’Unione Europea, in particolare Bulgaria e Romania, che mons. A. Puff, vescovo ausiliare di Colonia e presidente della Commissione per i migranti della Conferenza episcopale tedesca, non ha esitato a definire come «sfruttamento e pratiche simili alla schiavitù».

Attraverso l’esternalizzazione delle assunzioni a tempo determinato, le grandi imprese che operano nel settore del macello e in quello agricolo raggirano la legge federale sul salario minimo, aumentando vertiginosamente i guadagni delle proprietà a spese dei lavoratori e della loro salute: costretti a lavorare «in mancanza delle necessarie misure di sicurezza e a vivere in locali sovraffollati».

Davanti a queste nuove schiavitù dei lavoratori dell’Unione Europea in Germania la politica – prosegue mons. Puff – deve reagire «impedendole in maniera definitiva», mettendo in atto controlli effettivi che non siano influenzati da gretti interessi economici di parte e da alleanze lobbystiche di malaffare tra amministratori locali e imprenditori.

Questo ultimo focolaio di Coronavirus scoppiato, non senza preavviso, in Germania ha rivelato dunque una zona grigia della virtuosità tedesca in cui pratiche lavorative di sfruttamento e schiavitù, che «sembravano essere fenomeni di tempi passati o di paesi lontani», sono invece la dura realtà dell’imprenditoria tedesca. I cittadini stessi devono interrogarsi davanti a questi dati di fatto, chiedendosi «se ciò che consumano sia dovuto allo sfruttamento del lavoro. Dobbiamo essere consapevoli che i nostri modi di consumo influenzano le condizioni di lavoro e il reddito dei lavoratori».

Il caso non ha mancato di assumere toni razzisti: dapprima con l’accusa del proprietario del mattatoio rivolta verso gli operai bulgari e rumeni di aver importato in Germania il Coronavirus dopo un breve periodo di vacanza passato da alcuni di essi nei loro paesi di origine; poi da parte del presidente del Land, il cristiano-democratico Armin Laschet, che si era espresso in maniera analoga – salvo poi dover ritrattare le sue dichiarazioni sotto pressione del ministro federale degli esteri H. Maas e del governo di Berlino.

In questo momento Maas è impegnato in un’intensa opera di diplomazia nei confronti dei paesi dell’Unione Europea più duramente colpiti dalla pandemia (Spagna e Italia fra gli altri), per cercare di ricucire gli strappi violenti causati dall’opinione pubblica tedesca e dalle dichiarazioni di rappresentanti dei partiti di governo nei confronti di questi paesi europei.

Nell’insieme, la credibilità della leadership politica tedesca in Europa, e la presunzione con cui oppone la sua virtuosità al lassismo degli stati meridionali e orientali dell’Unione, ne esce sicuramente scalfita – e questo proprio alla vigilia dell’inizio del semestre tedesco alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea.

Adesso sappiamo bene che esiste anche la versione teutonica del caporalato italiano, lo sa anche l’opinione pubblica tedesca «che non se ne interessava affatto, perché era più comodo chiudere gli occhi davanti a questo fenomeno» – come ha onestamente riconosciuto mons. Puff a nome della Conferenza episcopale.

In quale secolo siamo?

di Michele Serra in “la Repubblica” del 24 giugno 2020

Un euro e mezzo all’ora (!!!) per stare nei campi fino al crollo fisico. Maltrattamenti, segregazione, razzismo. Le notizie sullo sfruttamento dei braccianti immigrati (gli ultimi aggiornamenti vengono da Amantea, Calabria) sembrano provenire da secoli remoti, prima di Di Vittorio e i suoi “cafoni” redenti, prima di Pelizza da Volpedo e il Quarto Stato, prima degli albori ottocenteschi del socialismo e del sindacalismo. Probabile che nelle piantagioni dell’America schiavista il trattamento fosse almeno un poco più accorto, lo schiavo era un bene del padrone, logorarlo o distruggerlo non era conveniente. Qui, nel 2020, si racconta invece di bengalesi usa e getta. Senza retorica, e per la sola evidenza dei fatti, va detto che qualcosa dev’essere proprio successo, negli ultimi venti trent’anni, perché non ci accorgessimo di niente; o ci accorgessimo di molto poco, e solo sporadicamente. La politica, certo, ma anche i giornali, il dibattito pubblico, il senso comune: come hanno potuto non registrare un così spaventoso salto all’indietro, il crollo dei salari, dei diritti, della considerazione concessa a persone tramutate in una carrettata di braccia da caricare e scaricare su furgoni scassati, da picchiare se rovesciano una cassetta di frutta, da far dormire tra i loro rifiuti? Va bene il disarmo della cultura; ma anche ammesso che la cultura sprofondi all’inferno, come può essere che un Paese europeo dotato di Costituzione, leggi, un senso comune apparentemente civilizzato, contenga un abominio come questo senza che mezzo anticorpo, mezza rivolta di coscienza, mezza scomunica faccia salire la febbre?

La beffa dei trafficanti libici con busta paga del governo

di Nello Scavo in “Avvenire” del 23 giugno 2020

I documenti del gruppo di esperti Onu sulla Libia rivelano la grande ipocrisia internazionale intorno a Tripoli, le cui autorità, sostenute sempre dall’Onu, possono platealmente permettersi di farsi beffe delle Nazioni Unite. È così che salta fuori la busta paga con il timbro del governo rilasciata a uno dei boss dei trafficanti di uomini. E le coperture concesse ai militari implicati nel contrabbando di petrolio, armi ed esseri umani. Atti ufficiali che già all’inizio del 2020 erano noti al Consiglio di sicurezza e a Paesi, come l’Italia, che in Libia mantengono interessi strategici rilevanti. Documenti in cui gli ispettori Onu sono costretti a riportare risposte disarmanti. Come quando chiedono ai funzionari di Tripoli perché alcuni trafficanti, pur ufficialmente estromessi da incarichi pubblici, continuino invece a navigare a bordo delle motovedette libiche. La risposta? «Serve al morale dei guardacoste». Questi dettagli emergono dalla lettura degli allegati alla relazione del “Panel of experts”, il team internazionale incaricato dall’Onu di investigare sull’effettiva osservanza dell’embargo alle armi stabilito dal Consiglio di sicurezza e che regolarmente viene violato proprio da alcuni dei Paesi membri del parlamentino Onu. Occorre fare alcuni passi indietro. A ottobre dello scorso anno Avvenire rivelava la presenza del comandante al Milad, ai più noto come Bija, in Italia nel 2017 nel corso di alcuni incontri organizzati dall’Oim (l’agenzia Onu per i migranti) con visto concesso dal nostro governo per studiare l’esportazione dei centri di accoglienza italiani in Libia e ribadire le “buone relazioni” tra le due sponde del Mediterraneo. Ma adesso si scopre che sette mesi prima dell’inchiesta di Avvenire, nel febbraio 2019, gli investigatori Onu avevano interrogato proprio Bija e il suo capo nella milizia al-Nasr (che da il nome anche al più grande campo di prigionia ufficiale). Si tratta di Mohamed Kachlav. Ecco cosa si legge nel dossier: «Mohamed Kachlav ha dichiarato di lavorare per la Pfg (Petroleum facility Guard, ndr)». Si tratta della “polizia petrolifera” che sorveglia le attività intorno alla raffineria di Zawyah, la più grande del Paese, adiacente proprio alla prigione dei migranti. Kachlav, che con Bija ed altri è oggetto di interdizione da parte di Onu, Unione Europea e Dipartimento di Stato Usa, «ha confermato di ricevere ancora il suo stipendio dal Ministero della Difesa attraverso la Pfg. Dal 2014 ha il compito di mettere in sicurezza il perimetro del complesso petrolifero di Zawiyah». Non solo: lo stesso Kachlav con il suo clan ha inaugurato a fine 2019 un importante ospedale privato chiamato con il marchio del clan, “al Nasr”, ha anche mostrato agli esperti le sue buste paga controfirmate dalle autorità del governo di Tripoli nel suo ruolo di comandante della Pfg. Negli stessi giorni è stato sentito anche Abdurahman al-Milad, detto Bija. «Ha spiegato che dal 2013 – scrivono gli esperti – è responsabile dell’impianto portuale della guardia costiera del complesso petrolifero di Zawiyah». In altre parole, oramai da sette anno il petrolio esportato passa sotto il suo naso. Compresi i milioni di barili che secondo gli investigatori Onu e i vertici militari europei di Eunavfor Med sarebbe chiaramente di contrabbando, perché sottratto proprio alla raffineria che la polizia di Kachlav dovrebbe invece proteggere. Incontrando gli osservatori internazionali Bija «ha affermato – si legge ancora – di aver salvato molti migranti e ha fatto riferimento al suo ruolo nel sequestro di diverse navi». Tuttavia «si è rifiutato di fornire la busta paga o qualsiasi altra documentazione». Questo dettaglio per un momento ha fatto pensare che stesse bluffando. Che cioè non godesse più delle coperture del governo di Tripoli, ma volesse resistere al licenziamento mostrandosi agli inviati Onu come ancora in sella. La conferma del bluff di Bija sarebbe potuta arrivare solo dalle autorità centrali. Ma proprio dal comando navale di Tripoli è arrivata la doccia gelata. Nessuna sconfessione. «Le autorità della Guardia Costiera hanno confermato che Abd Al–Rahman al-Milad (Bija) è stato sospeso dalle sue funzioni il 9 aprile 2018. Ciononostante, lo considerano uno dei loro uomini di punta e sottolineano il suo lavoro di salvataggio dei migranti». Il gruppo di esperti ha chiesto allora perché al-Milad lavorasse ancora sulle motovedette di Zawyah. Nella risposta c’è la migliore spiegazione del grande raggiro libico: «Egli è il supervisore di un piccolo porto situato all’interno del complesso petrolifero di Zawiyah. Le autorità della Guardia Costiera – riassume il Panel of experts – hanno spiegato che tali “supervisori” hanno l’autorità per combattere il traffico di esseri umani e che devono andare in mare occasionalmente per sostenere il morale del personale». A novembre l’Italia, a conoscenza di questi fatti e dopo che Avvenire aveva reso pubblica la visita “riservata” di Bija nel nostro Paese, ha rinnovato il memorandum d’intesa con la Libia. Non risulta che tra le condizioni poste per il rinnovo vi fosse l’effettivo allontanamento di personaggi accusati di gravi crimini economici (anche a danno di aziende italiane) e di violazioni dei diritti umani.

Rifugiati e rifugiate sono nostro prossimo

di Luca Maria Negro in “Riforma” del 19 giugno 2020

Il 20 giugno ricorre la “Giornata mondiale del Rifugiato”, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni unite nel 2000. Rifugiato (o, più diffusamente, rifugiato politico) è un termine giuridico che indica chi è fuggito o è stato espulso dal suo paese originario a causa di discriminazioni politichereligioserazziali, di nazionalità, o perché appartenente ad una categoria sociale di persone perseguitate, e trova ospitalità in un Paese straniero che riconosce legalmente il suo status. La prima definizione del termine si trova nella Convenzione di Ginevra del 1951.

Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhrc/Acnur), i migranti forzati nel mondo sono oltre 70 milioni; di questi quasi 26 milioni sono “rifugiati” in senso proprio, vale a dire formalmente riconosciuti, mentre 3,5 milioni sono “richiedenti asilo”. Il 57% del totale proviene da tre paesi soltanto: Siria, Afghanistan e Sud Sudan.

Come noto, la gran parte dei rifugiati si raccoglie in Turchia, Pakistan, Uganda, Sudan, Iran, Bangladesh ed altri paesi del Sud globale; la Germania è l’unico paese europeo tra i primi dieci che accolgono rifugiati. Quanto all’Italia, oggi sono circa 131.000, decisamente meno che in altri paesi UE: in Svezia, a esempio, dove la popolazione è circa un sesto di quella italiana (10 milioni), i rifugiati sono 186.000, ovvero il 50% in più che nel nostro paese. In Germania, con 82 milioni di abitanti, i rifugiati sono 478.000, quasi 4 volte quelli presenti in Italia. Questi dati indicano come siamo di fronte a un fenomeno contenuto che non merita l’eccezionale allarme sociale costruito negli ultimi anni, arrivato a creare una percezione eccezionalmente sovradimensionata delle presenze straniere: secondo un sondaggio dell’Onu di due anni fa, il 36% degli italiani arriva a pensare che i rifugiati presenti in Italia siano “20 milioni” mentre – calcolando anche gli immigrati stabilizzati in Italia – la cifra totale degli stranieri residenti è di poco superiore ai cinque milioni.

Come Federazione di chiese evangeliche sentiamo di dover dire la verità su questi numeri. La loro manipolazione, infatti, non è indolore: produce sospetto, paura, emarginazione ed infine vero e proprio razzismo, in Italia come altrove.

Razzismo: speravamo tanto che il XXI secolo avrebbe abolito questa parola, figlia di un drammatico passato fatto di schiavitù, suprematismo, linciaggi, segregazione, apartheid. Eppure la cronaca ci ripropone violente immagini degli anni’ 50 e ’60, come quella di un poliziotto che per oltre otto minuti schiaccia un afroamericano disarmato e ammanettato, sino a ucciderlo. È un’immagine di fronte alla quale non possiamo restare silenziosi, e per questo sabato 20 e domenica 21 giugno ci raccoglieremo in preghiera esattamente come 55 anni fa fece Martin Luther King a Selma, inaugurando una forma di protesta che si sarebbe diffusa in tutto il Civil rights movement. Ci raccoglieremo in preghiera per dire che “le vite dei neri contano” (Black lives matter, lo slogan che caratterizza il movimento antirazzista americano di questi giorni), che «le vite dei migranti contano», che «le vite di tutti contano». Con questo gesto vogliamo affermare che i neri, gli immigrati, ogni essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio è una persona che deve essere protetta, tanto più quando è perseguitata, discriminata o giudicata. Come cristiani confessiamo che queste persone sono il nostro prossimo e, nel prossimo che bussa alla nostra porta, riconosciamo il volto di Gesù, anche lui profugo e perseguitato. Le ragioni del diritto e quelle della nostra fede, insomma, ci chiamano ad aprire le nostre porte e i nostri cuori a chi oggi cerca protezione e giustizia.

Se 24 donne affogano nel silenzio

di Karima Moual in “La Stampa” del 12 giugno 2020

Erano soprattutto donne. Qualche bambino e pochi uomini. Forse erano mamme e qualche papà. Ma i 24 corpi di donne, insieme a tre bambini di età fra i 3-4 anni, trovati tra le decine di cadaveri recuperati dalla Marina tunisina, raccontano un viaggio nuovo soprattutto al femminile. Che non ha riscontrato la nostra empatia per raccontarlo nella sua crudele tragicità e disumanità. Eppure, quei corpi dovevano essere di donne forti, indipendenti e coraggiose per lasciare l’Africa sub sahariana e incamminarsi verso il nord Africa, Tunisia. Avevano deciso di sfidare il mare ma soprattutto la nostra ignavia e il nostro cinismo come Europa, culla dei diritti e della civiltà, ma oggi incapace di gestire uno dei fenomeni della storia dell’umanità, l’emigrazione, lasciandola compiersi nell’ennesimo naufragio. Le continue morti nel Mediterraneo, che non ci indignano più da farci prendere non solo posizione ma iniziative lungimiranti, sono il naufragio della nostra civiltà. Presi dall’emergenza coronavirus, e nella bulimia degli eventi – da ultimo gli Stati Generali – rischiamo di non aver raccolto la lezione di quanto questa pandemia ci ha voluto segnalare: nessuno può farcela da solo. Dove quel “nessuno” siamo noi ma anche il resto del mondo che ci circonda. Continuare a ignorare, o peggio a delegare ad altri il lavoro sporco di gestire – lontano dai nostri occhi e dalla fragilità dei nostri cuori – quanto accade a poche miglia dalle nostre coste, non è solo miope politicamente, simbolo di codardia, ma anche un campanello d’allarme sulla nostra incapacità di avere una visione su una sfida che è epocale, dove l’Italia è centrale, insieme al nostro senso di civiltà, che abbiamo faticato a conquistare e dovremmo difendere a tutti i costi invece di barattarla per calcoli politici fondati sulle percezioni e le paure del momento, più che sulla realtà contingente che va studiata, calcolata con uno sguardo a lungo termine. E allora penso a questo ultimo naufragio e a quelle tante donne negli abissi del Mar Mediterraneo insieme a quei piccoli corpi di bambini e quegli altri forzuti dei nove uomini, e sento quanto laggiù non si possa respirare. Anche loro come i tanti morti nel Mediterraneo intenti ad arrivare in Europa, non riuscivano più a respirare. Mi torna in mente l’immagine di George Floyd, la sua testa sotto il ginocchio del poliziotto. Non riesce a respirare e soffoca. Nel naufragio non si respira e si affoga, senza nemmeno poter gridare. E non c’è nessuno scatto, filmato che immortali quella tragedia, quella morte violenta che da anni continua a essere seppellita nel Mar Mediterraneo. Penso a tutti coloro che si sono inginocchiati giustamente per George Floyd e mi domando quando arriverà il momento e a quanti naufragi e corpi si dovrà arrivare per provare empatia per quell’umanità immensa, che continua ad affogare nel nostro stesso mare.

Difendiamo la salute degli anziani

di Ilaria Capua in “Corriere della sera” del 8 giugno 2020

A un mese dalla riapertura, molti mi chiedono se ne siamo fuori, se ci sarà una seconda ondata, come sarà e quando arriverà. La verità e che non lo sa nessuno. Infatti, nessuno sa perché ogni Paese subisce in maniera diversa le frustate di questo virus che, come tutti i virus, non è un essere pensante, non mette in atto strategie e non è né furbo né stupido. È semplicemente un virus che fa il suo mestiere: fotocopia se stesso e in questa replicazione continua miete molte vittime. Certo, è un nemico invisibile (ma quando mai i nemici si vedono?), ma è anche subdolo perché impalpabile e ingannevole: quello che vediamo oggi infatti è il risultato del contagio avvenuto circa due settimane fa, un concetto non sempre così immediato da tenere presente. Fortunatamente la curva multi-strato mostra l’incessante progressivo calo a picco dei casi gravi e dei decessi, ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi.

Ormai è chiaro a tutti che il Covid-19 si accanisce soprattutto sulle persone dalla salute fragile, in particolare gli anziani. Non ci pensiamo spesso ma sono gli stessi che erano già in giro durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi: si ricordano del freddo, della fame e della povertà e di certo non si lamentano delle regole dettate dall’emergenza ma diligentemente seguono quelle norme di comportamento che sappiamo potrebbero tenerli fuori dagli ospedali. Si sono sacrificati più di tutti fino ad oggi e sapete quale è la nostra speranza per evitare una catastrofica seconda ondata? Che si possa ancora una volta contare su di loro. La parte più forte del Paese, per la sopravvivenza del suo sistema economico e produttivo, è costretta paradossalmente a doversi appoggiare sulla sua componente più debole. Perché se le persone fragili non continueranno a rispettare le indicazioni di salute pubblica e inizieranno ad ammalarsi, non solo metteranno a repentaglio la loro vita, ma costituiranno un sovraccarico che il Sistema sanitario nazionale non potrebbe essere in grado di gestire. E che deve essere assolutamente evitato, anche perché abbiamo già i nostri conti da pagare. Per non parlare del fatto che episodi significativi di malattia grave o di mortalità potrebbero indurre le autorità ad imporre un altro lockdown, che paralizzerebbe di nuovo il tessuto produttivo.

Ed eccoci al punto centrale del ragionamento: ancora una volta bisogna far leva sul patto intergenerazionale, proteggere se stessi per proteggere il Sistema sanitario nazionale da un potenziale tracollo. Riflettiamo su questo virus che mette tutto sottosopra e ci fa combattere una battaglia in cui i forti sono in realtà deboli, perché è dalla salute dei più fragili che dipenderà la ripresa dei più forti. E ricordiamoci bene che la forza della catena è data dalla resistenza dell’anello più debole, non dalla forza di tutti gli altri.

Di seguito riportiamo alcuni passaggi dell’omelia del reverendo Al Sharpton tenuta domenica 4 giugno durante la celebrazione del funerale di George Floyd, ucciso dalla polizia a Minneapolis.

Omelia per George Floyd

di Al Sharpton – traduzione di Roberto Ranieri in www.settimananews.it del 6 giugno 2020

Voglio che non ce ne stiamo seduti qui come se fosse un funerale normale. George Floyd non dovrebbe essere deceduto. Non è morto per una malattia fisica. Lui è morto per una malattia del sistema di giustizia americano. Quindi non è un funerale normale. Non è una normale circostanza, anche se molto comune, e noi dobbiamo farci i conti. Lasciatemi dire che per chi tra voi ha bisogno di un riferimento biblico per un omelia, potete andare a leggervi Qoèlet 3,1: «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo». […]

I can’t breathe (Non posso respirare)

Appena ho parlato con la famiglia di George e capito i dettagli e saputo che tra le ultime parole di George c’erano le parole: “non posso respirare”, con un ginocchio sul collo. […]

Quello che mi ha colpito è stato l’aver realizzato che la storia di George è la storia degli afroamericani incominciata quattrocento uno anni fa, la storia di chi non ha mai potuto diventare chi ha desiderato essere, perché avete messo un ginocchio sul nostro collo. Noi eravamo più intelligenti e non meritavamo di andare nelle scuole di classe B, ma voi avete messo un ginocchio sul nostro collo.

Avremmo potuto amministrare società e non loschi traffici nelle strade, ma voi avete messo un ginocchio sul nostro collo. Abbiamo creatività, e avremmo potuto fare quello che chiunque altro può fare, ma non siamo riusciti a togliere il vostro ginocchio dal nostro collo. Quello che è successo a Floyd, succede ogni giorno in questo paese, nell’educazione, nei servizi sanitari, ed in ogni settore della vita americana. Ed è ora di lottare per cosa è giusto, adesso. Nel nome di George dobbiamo dire: togliete i ginocchi dai nostri colli.

Un ginocchio sul collo

Questo è il problema, non importa chi sei. Abbiamo pensato che forse era una cosa che riguardava solo noi, ma anche sulle persone di colore di successo, voi avete tenuto il vostro ginocchio sui nostri colli. […] La ragione per la quale stiamo marciando in tutto il mondo è perché noi siamo come George, non possiamo respirare, non perché qualcosa non va nei nostri polmoni, ma perché voi non togliete i vostri ginocchi dai nostri colli.

Non vogliamo favori. Semplicemente, toglietevi di torno e noi potremo essere e fare del nostro meglio. Ci sono state proteste in tutto il mondo. In alcune proteste ci sono stati saccheggi e altre violenze e nessuno di noi in questa famiglia giustifica tutto questo. Ma la cosa su cui vorrei che noi fossimo realisti è che c’è una differenza tra una richiesta di pace e una di silenzio. Tra voi vi è qualcuno che non vuole la pace, vuole che ce ne stiamo buoni in silenzio. Tra voi vi è qualcuno che ci vuole chiudere il becco e vuole che noi soffriamo in silenzio.

La stragrande maggioranza delle persone nelle proteste non ha distrutto vetrine, stavano provando a rompere barriere. Non stavano rubando niente, stavano tentando di riottenere la giustizia rubata. Quelli che hanno infranto la legge devono pagare per le leggi che hanno infranto. Ma altrettanto devono pagare i quattro poliziotti che hanno causato questo funerale oggi.

C’è un problema in America

Non abbiamo nessun problema nel denunciare una violenza. Ma sembra che qualcuno nel sistema di giustizia abbia un problema nel guardare al video e nel riconoscere che c’è un problema, e pare che vi ci voglia parecchio tempo ad andare a fare quello che dovete fare.

C’è un tempo, ed un momento preciso, e quando ho guardato a questo tempo, e visto le marce in cui in alcuni casi i bianchi erano di più delle persone di colore, e adesso so che questo è un momento differente. Quando guardo e vedo le persone in Germania marciare per George Floyd, è un momento ed una stagione diversa. Quando li ho visti andare davanti al parlamento a Londra, ho capito che questo è un momento ed una stagione differente. […]

L’orario sbagliato

Sapete, lo scorso ottobre ero in ritardo per un appuntamento perché era cambiato il fuso orario. Il mio orologio segnava un orario sbagliato. Una volta all’anno le lancette vanno avanti di un’ora. Sì, il tempo va avanti. E se tu non sposti le lancette avanti, ti ritroverai in ritardo. Non perché il tuo orologio sbaglia, ma perché hai tenuto il tuo orologio sul vecchio orario. Beh, vi dico che tutto il loro parlare a Washington su militarizzare o meno il paese, … siete sull’orario sbagliato, miei cari. Il tempo per voi di fare scuse è finito. Il tempo di paralizzare tutto è finito. Il tempo delle vostre parole vuote e delle vostre vuote promesse è finito. Questo è il tempo in cui noi non ci fermeremo. Continueremo ad andare avanti fino a quando non cambieremo l’intero sistema di giustizia.

Abbiamo specifiche ordinanze che abbiamo bisogno entrino in vigore. Il 28 agosto, 57° anniversario della marcia su Washington, torneremo a Washington. Lì è dove Martin Luther King ha protestato, all’ombra della statua di Abramo Lincoln e ha detto: I have a dream. Beh, torneremo questo 28 agosto per restaurare e impegnarci di nuovo per quel sogno, come quando ci rivoltammo contro la schiavitù. In un altro momento abbiamo combattuto per il diritto di voto. Questo è il momento per combattere per una giustizia equa. Dobbiamo tornare a Washington e lottare, neri, sudamericani, arabi, all’ombra di Abramo Lincoln, e dire loro: “Adesso è ora di finirla!”.

28 agosto: marciare a Washington

Nei prossimi due mesi organizzeremo in ogni regione, non semplicemente una marcia, ma una processione. E sarà guidata dalla famiglia Floyd. E dalla famiglia Gonda. E sarà guidata da quelle famiglie che hanno sofferto e conoscono il dolore, e sanno cosa significa essere messi da parte.

Cambieremo l’ora. Lasciatemi dire questo alla famiglia che ha mostrato così tanta grazia e lucidità ed equilibrio. Questo è il motivo per cui voglio il loro aiuto per guidare tutto questo. Dobbiamo irrompere, perché voi non sapete che ora è. Voi vi comportate come se fosse ieri. E il motivo per cui siete in ritardo e dovete rincorrere gli eventi di queste proteste è perché non avete spostato l’orario delle vostre lancette. Parliamo di fare l’America di nuovo grande? Ok, per chi? E quando? Noi faremo l’America grande per tutti per la prima volta.

Non è mai stata grande per i neri. Non è mai stata grande per i sudamericani. Non è mai stata grande per molti altri. Non è mai stata grande per le donne. Le giovani donne che hanno dovuto marciare per il loro diritto di votare. […]

Dio e la strada

C’è un Dio che ancora regna nell’alto dei cieli, e guarda in basso e farà strade dove non ci sono vie d’uscita. Questo Dio è ancora sul trono. Così, dal momento in cui lasceremo questo posto oggi, dico a questa famiglia, tenete alta la speranza. Vi voglio dire che c’è stato un momento della mia vita in cui avevo perso la speranza. Possono accadere cose come queste che ti radono al suolo, ma c’è anche qualcosa come la fede, che è sorella della speranza. […] La fede è quando gli amici ti abbandonano, quando le persone che mai ti girano le spalle. Ma tu dici: non credo che Lui mi abbia condotto fino a qui per abbandonarmi nella mia solitudine”.

Non siamo arrivati fino a questo punto grazie alla fortuna. Non siamo giunti a questo punto a causa del fato. Siamo arrivati qui grazie alla fede, affidandoci a Dio, credendo nelle sue sante parole. E Lui non mi ha mai, mai, mai deluso. Lui farà una strada per i nostri ragazzi.

Ora, vai a casa, George. Ricevi il tuo riposo, George. Hai cambiato il mondo, George. Continueremo a marciare, George. Terremo le lancette sull’ora giusta, George. Andiamo avanti, George. Il tempo è scaduto. Il tempo è scaduto. Il tempo è scaduto.

Qui in Brasile la situazione è disperata

intervista a don Maurizio Setti di Alessandro Trebbi in Il Resto del Carlino del 2 giugno 2020

Non è «un’esagerazione mediatica». La storia del Brasile ai tempi del coronavirus «è esattamente come la descrivono i media occidentali, un disastro». A raccontarlo è don Maurizio Setti, missionario della diocesi di Modena da oltre vent’anni di stanza in Brasile. «Una comunità dove sono giunto grazie all’invito del vescovo – racconta il padre – e dove poi sono rimasto, in accordo con la diocesi».

Don Maurizio, partiamo dalla sua comunità: siete isolati? «Completamente, è tutto bloccato. Da Manaus, la capitale della regione, arrivano solo le barche con gli approvvigionamenti alimentari. Al massimo vediamo gli aerei militari che portano via i pazienti più gravi».

Fare il missionario diventa ancora più difficile? «Beh, non siamo più i missionari dell’immaginario novecentesco. Queste sono tutte comunità dove c’è un catechista: noi facciamo le cosiddette itineranze, quattro o cinque viaggi all’anno per fare formazione e ascoltare i problemi dei villaggi lungo il fiume».

Le tribù indigene della foresta sono ancora irraggiungibili? «Sì, ci riusciamo a occupare solo degli indios che vivono lungo il fiume o vicino alle città: dentro le foreste, impenetrabili, si parla di oltre cento tribù ancora mai entrate in contatto con l’uomo bianco».

Ci parli della situazione nella città di Sao Gabriel… «Come dicevo le notizie che arrivano da voi sono vere. In Amazzonia Manaus è andata in tilt, le casse da morto in fila a San Paolo e Rio de Janeiro sono ormai entrate nell’immaginario di tutti. Qui a Sao Gabriel i casi sono tanti. A ieri avevamo più di 1800 positivi e altri 1000 monitorati in casa. Ci sono già 21 morti da coronavirus in questa piccola comunità».

I presidi sanitari? «C’è un piccolo ospedale, dove ospitiamo quattro persone intubate, ma non c’è terapia intensiva. I quattro casi più gravi sono stati trasferiti in aereo a Manaus».

Il caldo non è un deterrente per il virus? «Assolutamente no. Qua è caldo umido, è vero che siamo nel periodo invernale delle piogge, ma la temperatura non cambia la gravità della malattia. Lungo i fiumi la situazione è meno disperata».

E la comunità ecclesiastica? «In diocesi anche il vescovo ha contratto il virus come quasi tutte le suore e i salesiani. Io per ora mi sono salvato: tampone negativo, anche se per alcuni giorni ho avuto sintomi».

C’è qualche misura efficace di contrasto al virus? «Si parla di lockdown, ma non si è fatto nulla di significativo. Al mattino la città è piena di gente, il mercato è aperto. Solo quando c’è il coprifuoco nessuno gira in strada».

L’epidemia fa vittime soprattutto tra i più deboli? «Sì. Qui è iniziato tutto dalla classe medio-alta di San Paolo e Rio de Janiero, lavoratori che viaggiano. Poi il virus si è arrivato nelle periferie, nelle favelas, ed è diventato insostenibile».

Anche economicamente? «Il contributo statale ai senza lavoro è di circa 600 reais che saranno ridotti a 200 (da 150 euro a 50 euro circa, ndr). Non si vive, così».

È vero ciò che si dice di Bolsonaro su indios e deforestazione? «Nel suo piano politico l’Amazzonia è un luogo primitivo da civilizzare. La deforestazione qui non c’è, ma in altre parti della foresta è aumentata esponenzialmente. I latifondisti si impossessano del terreno per metterlo a produzione: nessuno è perseguito, come invece succedeva in passato. Sotto la pandemia continua questa politica e gli indios muoiono più per le armi, che per il virus».

Il papa: il razzismo è intollerabile

di Mimmo Muolo in “Avvenire” del 4 giugno 2020

Ferma condanna del razzismo. Ma anche della violenza che sta dilagando in molte città degli Stati Uniti. E soprattutto la preghiera di suffragio per George Floyd, il 46enne deceduto a Minneapolis durante l’arresto, e per tutti i morti degli ultimi giorni. Così il Papa ha voluto manifestare ieri il proprio pensiero sui tragici avvenimenti negli States, assicurando innanzitutto che sta seguendo «con grande preoccupazione i dolorosi disordini sociali» in corso, proprio come conseguenza «della tragica morte del signor George Floyd». Francesco ne ha parlato al termine dell’udienza generale del mercoledì, durante i saluti ai fedeli di lingua inglese. «Cari amici – ha sottolineato –, non possiamo tollerare né chiudere gli occhi su qualsiasi tipo di razzismo o di esclusione e pretendere di difendere la sacralità di ogni vita umana». Un accostamento, quest’ultimo, che pare mirato a quanti (non solo il presidente Trump e non solo negli Usa) da un lato si dichiarano “pro life” e dall’altro chiudono un occhio (se non entrambi) di fronte a discriminazioni di ogni tipo. «Nello stesso tempo – ha aggiunto il Pontefice – dobbiamo riconoscere che “la violenza delle ultime notti è autodistruttiva e autolesionista. Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”». Parole che riecheggiano la posizione dei vescovi statunitensi, espressa ad esempio attraverso il loro presidente, l’arcivescovo di Los Angeles, José H. Gomez e totalmente coincidente con quella del Vescovo di Roma anche per ciò che concerne l’inappellabile condanna del razzismo. Il Papa ha voluto, inoltre, portare il conforto della preghiera a quanti sono nel lutto. «Oggi mi unisco alla Chiesa di Saint Paul e Minneapolis, e di tutti gli Stati Uniti – ha detto –, nel pregare per il riposo dell’anima di George Floyd e di tutti gli altri che hanno perso la vita a causa del peccato di razzismo. Preghiamo per il conforto delle famiglie e degli amici affranti, e preghiamo per la riconciliazione nazionale e la pace a cui aneliamo. Nostra Signora di Guadalupe, Madre dell’America, – ha quindi concluso – interceda per tutti coloro che lavorano per la pace e la giustizia nella vostra terra e nel mondo». Come già ricordato, sulla incandescente situazione seguita alla morte di Floyd si sono già espressi i vescovi degli Stati Uniti. Proprio monsignor Gomez, in un comunicato diffuso domenica scorsa, oltre alla preghiera per l’afroamericano morto e per i suoi cari, aveva dichiarato di condividere «l’indignazione della comunità nera e di chi è al suo fianco a Minneapolis e in tutto il Paese». Perciò insieme con tutto l’episcopato aveva espresso l’auspicio che le autorità civili assicurino alla giustizia i responsabili, affermando di comprendere «la frustrazione e la rabbia» degli afroamericani che «ancora oggi subiscono umiliazioni, trattamenti che degradano la loro dignità e discriminazioni a causa della loro razza e del colore della loro pelle». «Il razzismo è stato tollerato troppo a lungo. Si vada alla radice dell’ingiustizia razziale che ancora infetta tante aree della società statunitense». Allo stesso tempo, però, il presidente della Conferenza episcopale Usa aveva messo in guardia dalla violenza «autodistruttiva». Sulla stessa linea Shelton Fabre, vescovo di Houma–Thibodaux e presidente della Commissione contro il razzismo della stessa Conferenza, che in una intervista a Vatican news ha sottolineato: «Mentre condanniamo fermamente la violenza nei disordini, comprendiamo la frustrazione e l’indignazione di quelle persone che si impegnano anche nelle proteste pacifiche per essere ascoltate».

Onorificenza di cavaliere al merito della Repubblica a cittadini

che si sono distinti nel servizio alla comunità nell’emergenza Coronavirus

in www.famigliacristiana.it del 4 giugno 2020

“Come annunciato il 2 giugno a Codogno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto insignire dell’onorificenza di cavaliere al merito della Repubblica un primo gruppo di cittadini, di diversi ruoli, professioni e provenienza geografica, che si sono particolarmente distinti nel servizio alla comunità durante l’emergenza del coronavirus”. Lo si legge in una nota del Quirinale. “I riconoscimenti, attribuiti ai singoli, vogliono simbolicamente rappresentare l’impegno corale di tanti nostri concittadini nel nome della solidarietà e dei valori costituzionali”, spiega la nota. Tra di loro, medici, infermieri, ricercatori, operatori del 118, biologi, farmacisti, volontari, insegnanti, studenti, imprenditori, tassisti.

Con i suoi 24 anni Giacomo Pigniè uno dei più giovani Cavalieri al merito della Repubblica Italiana nominati il 2 giugno da Sergio Mattarella. «Non me l’aspettavo», spiega Giacomo, «l’ho saputo dai giornali e da amici e parenti che mi hanno scritto per congratularsi. Quello che ho fatto è poca cosa, non riesco a paragonarmi a un medico, un infermiere o uno pneumologo che sono stati in prima linea a combattere il virus. La nostra è stata un’iniziativa spontanea».

In realtà, i servizi offerti a Legnano, hinterland di Milano, da Pigni e dagli altri volontari («più di una trentina, ho perso il conto») sono tre, tutti preziosissimi durante il lockdown e anche adesso. Il primo comincia con un SOS da parte dell’Auser locale: «Giacomo non riesci a fare qualcosa per noi? Rischiamo di fermarci perché i nostri volontari sono tutti anziani». A quella richiesta, Giacomo ha risposto subito: ha arruolato amici e conoscenti, cercati su Instagram o col passaparola, per farne dei volontari junior. Ogni giorno, prima dell’emergenza, i volontari andavano in sede e chiamavano al telefono gli anziani soli per sapere come stessero o cercare di aiutarli: «Con la chiusura di tutte le attività,i volontari non potevano muoversi e noi abbiamo preso i registri delle persone aiutate, li abbiamo digitalizzati e abbiamo continuato a chiamarle da casa».

L’altro servizio che Giacomo ha coordinato è la consegna della spesa agli anziani: «Ne abbiamo tre al giorno, in media. Le richieste arrivavano all’Auser e i volontari andavano nelle abitazioni a prendere soldi e la lista della spesa. Erano prevalentemente anziani, abbiamo evitato di farli uscire di casa con il rischio di contagiarsi o essere contagiati».

Il terzo servizio è partito nei giorni scorsi davanti all’ospedale di Legnano dove i volontari, all’ingresso, misurano la temperatura ai visitatori.«Il mio ruolo», spiega, «è stato quello di coordinare tutti i servizi e i volontari e fare in modo che funzionassero senza intoppi».

Spunti per il confronto pastorale a partire dall’esperienza della pandemia

Non è una parentesi

Lettera di Derio Olivero vescovo di Pinerolo – 18 maggio 2020

Carissime amiche, carissimi amici,

in queste settimane si è acceso un dibattito sulle Messe: aprire o aspettare ancora? In realtà la vita di  tutti ci sta dicendo di pensare a cose più urgenti: il dolore di chi ha perso un famigliare, senza neppure poterlo salutare; l’angoscia di chi ha perso il lavoro e fatica ad arrivare a fine mese; il peso di chi ha tenuto chiuso un’attività per tutto questo tempo e non sa come e se riaprirà; i ragazzi e i giovani che non hanno potuto seguire lezioni regolari a scuola; i genitori che devono con fatica prendersi cura dei figli rimasti a casa tutto il giorno; la ripresa economica con un impoverimento generale… Queste sono questioni che mi porto in cuore e sulle quali, come Chiesa, stiamo cercando di fare il possibile. È in gioco il futuro del nostro territorio. A questo dedico la maggior parte delle mie poche forze in questi giorni, mettendoci mente e cuore.

La questione serissima è: “Non è una parentesi!”. Vorrei che l’epidemia finisse domani mattina e la crisi economica domani sera. Ma non sarà così. In ogni caso questo periodo di pandemia e di crisi non è una semplice parentesi. Molti pensano: “Questa parentesi si è aperta ad inizio marzo, si chiuderà e torneremo alla società e alla Chiesa di prima”. No. È una bestemmia, un’ingenuità, una follia. Questo tempo parla, ci parla. Questo tempo urla. Ci suggerisce di cambiare. La società che ci sta alle spalle non era la “migliore delle società possibili”. Vi ricordate quanti “brontolamenti” facevamo fino a febbraio? Bene, questo è il tempo per sognare qualcosa di nuovo. Quella era una società fondata sull’individuo. Tutti eravamo ormai persuasi di essere “pensabili a prescindere dalle nostre relazioni”. Tutti eravamo convinti che le relazioni fossero un optional che abbellisce la vita. Una ciliegina sulla torta, un dolcetto a fine pasto. In questo isolamento ci siamo resi conto che le relazioni ci mancano come l’aria. Perché le relazioni sono vitali, non secondarie. Noi siamo le relazioni che costruiamo. Ciò significa riscoprire la “comunità”. Gli altri, la società sono una fortuna e noi ne siamo parte viva. Il mio paesino, il mio quartiere, la mia città sono la mia comunità: sono importanti come l’aria che respiro e devo sentirmi partecipe. L’abbiamo scoperto, ora proviamo a viverlo.

Non è una parentesi, ma una nascita. La nascita di una società diversa. Non sprechiamo quest’occasione! Una società che riscopre la comunità degli umani, l’essenzialità, il dono, la fiducia reciproca, il rispetto della terra. Ne ho parlato nella mia lettera “Vuoi un caffè?”. Forse possiamo rileggerla oggi come stimolo per sognare e costruire una società nuova.

In secondo luogo mi rivolgo ai credenti. Non basta tornare a celebrare per pensare di aver risolto tutto. “Non è una parentesi”. Non dobbiamo tornare alla Chiesa di prima. O iniziamo a cambiare la Chiesa in questi mesi o resterà invariata per i prossimi 20 anni. Per favore ascoltiamo con attenzione ciò che ci sussurra questo tempo e ciò che meravigliosamente ci dice Papa Francesco. Vi ricordate cosa dicevamo fino a fine febbraio? In ogni incontro ci lamentavamo che la gente non viene più a Messa, i bambini del catechismo non vengono più a Messa, i giovani non vengono più a Messa. Vi ricordate? Ed ora pensiamo di risolvere tutto celebrando nuovamente la Messa con il popolo? Io credo all’importanza della Messa. Quando celebro mi “immergo”, ci metto il cuore, rinasco, mi rigenero. So che è “culmine e fonte” della vita del credente. E sogno dall’8 di marzo di poter avere la forza per tornare a presiedere un’Eucarestia. Ma in modo netto e chiaro vi dico che non voglio più una Chiesa che si limiti a dire cosa dovete fare, cosa dovete credere e cosa dovete celebrare, dimenticando la cura le relazioni all’interno e all’esterno. Abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza delle relazioni all’interno, tra catechisti, animatori, collaboratori e praticanti. Abbiamo bisogno di creare in parrocchia un luogo dove sia bello trovarsi, dove si possa dire: “Qui si respira un clima di comunità, che bello trovarci!”. E all’esterno, con quelli che non frequentano o compaiono qualche volta per “far dire una messa”, far celebrare un battesimo o un funerale.

Sogno cristiani che amano i non praticanti, gli agnostici, gli atei, i credenti di altre confessioni e di altre religioni. Questo è il vero cristiano. Sogno cristiani che non si ritengono tali perché vanno a Messa tutte le domeniche (cosa ottima), ma cristiani che sanno nutrire la propria spiritualità con momenti di riflessione sulla Parola, con attimi di silenzio, momenti di stupore di fronte alla bellezza delle montagne o di un fiore, momenti di preghiera in famiglia, un caffè offerto con gentilezza. Non cristiani “devoti” (in modo individualistico, intimistico, astratto, ideologico), ma credenti che credono in Dio per nutrire la propria vita e per riuscire a credere alla vita nella buona e nella cattiva sorte. Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte, umili, cariche di speranza; comunità che contagiano con la propria passione e fiducia. Non una Chiesa che va in chiesa, ma una Chiesa che va a tutti. Carica di entusiasmo, passione, speranza, affetto. Credenti così riprenderanno voglia di andare in chiesa. Di andare a Messa, per nutrirsi. Altrimenti si continuerà a sprecare il cibo nutriente dell’Eucarestia. Guai a chi spreca il pane quotidiano (lo dicevano già i nostri nonni). Guai a chi spreca il “cibo” dell’Eucarestia. Solo con questa fame potremo riscoprire la fortuna della Messa. E solo in questo modo riscopriremo la voglia di diventare un regalo per gli altri, per l’intera società degli umani.

Buon cammino a tutti. Insieme. Vi porto in cuore.

Con affetto e stima.

Se vogliamo, con i ragazzi possiamo costruire…

LA GIRANDOLA DELLA PACE


Dalla riflessione del nostro vescovo Erio – 15 maggio 2020

In questi mesi di pandemia abbiamo vissuto prima di tutto un’esperienza di dolore e di croce, un venerdì santo, un Golgota planetario. Ha prodotto o affrettato la morte di centinaia di migliaia di persone e la sofferenza dei milioni di esseri umani ammalati, con il coinvolgimento di familiari, amici, parenti. La cifra simbolica più drammatica – segnalata anche da presbiteri e diaconi – è la serie di bare solitarie portate alla sepoltura o alla cremazione, senza la possibilità di un commiato da parte dei congiunti. Per non contare gli ammalati di altre patologie, che si sono visti rimandare esami, terapie e interventi, e tutte quelle persone, disabili o già prima fragili psichicamente, che sono state bombardate per settimane da cattive notizie e sono uscite traumatizzate. E poi la perdita del lavoro, le violenze esplose in alcune famiglie, l’arretramento scolastico di quella fascia non piccola di bimbi e ragazzi impossibilitati a seguire le lezioni da casa… sono ferite che non si rimargineranno presto e faranno sentire ancora a lungo i loro effetti. La crisi sanitaria, come dicono tutti gli osservatori e come si comincia già a constatare, sarà seguita da una grave crisi economica e sociale. Il coronavirus però non ha solo prodotto, ma anche svelato, un’immensa distesa di dolore nel mondo. Malattie, ingiustizie, fragilità ed abusi di ogni tipo, esistevano anche prima ed esisteranno dopo. La pandemia è stato un brusco risveglio, una drammatica presa d’atto, di una situazione permanente che papa Francesco ha ricordato in quella piazza San Pietro quasi spettrale, la sera del 27 marzo: pensavamo di rimanere sani in un mondo malato. Malato sia perché già prima colpito da tanti virus biologici, morali, affettivi e spirituali; sia perché affetto da quella pandemia che si chiama “indifferenza” e rende una parte del mondo insensibile alle malattie degli altri. Stavamo soffocando in un attivismo sfrenato, in atteggiamenti di arroganza e di superficialità. […]
In questo tempo è però emerso anche un esercito di persone disponibili e generose, spesso (e mai abbastanza) ringraziato nelle ultime settimane: operatori sanitari, forze dell’ordine, sacerdoti e ministri, umili lavoratori e professionisti che hanno dovuto e potuto proseguire le loro attività, rappresentanti delle istituzioni, mamme, papà e nonni, insegnanti e tanti altri che hanno compreso la gravità della situazione e l’hanno interpretata come un appello e un impegno. È emerso anche il lato bello e utile dei nuovi mezzi di comunicazione, spesso criticati. Non si può fare a meno di vedere in questo esercito silenzioso “il frutto dello Spirito” di cui parla Paolo; frutto che percorre trasversalmente culture e religioni e “vivifica” il mondo, come professiamo nel Credo, seminando vita anche là dove sembra prevalere la morte.
Ora siamo entrati nella “fase due”, una fase che è affidata alla responsabilità di tutti; sarà certamente lunga e non priva di incertezze. Dovremo trasformare in stile di vita quelle pratiche ora nuove e piuttosto estranee alle nostre abitudini: mascherina, distanziamento, igienizzazione.
Certamente dovremo convivere ancora a lungo con il virus e immaginare per un po’ di tempo una vita pastorale “ridotta”. Ma non dobbiamo avere fretta di “uscire dal sepolcro”, pur sapendo che la pietra sarà ribaltata. Come condividiamo il venerdì santo di tanti fratelli, così siamo chiamati a condividere il sabato santo, il tempo dell’attesa. Sarebbe un’occasione sprecata vivere i prossimi mesi o anni cercando solo di “chiudere la parentesi” il prima possibile, perché tutto ritorni come prima. Cederemmo a quel comodo “si è sempre fatto così” dal quale papa Francesco ci ha messo in guardia (cf. Evangelii Gaudium 31). Chi è stato in qualsiasi modo colpito dal virus, direttamente o indirettamente, non tornerà certo come prima. Non tutti possono a questo punto condividere l’hashtag #andratuttobene, perché hanno perso familiari e amici, lavoro e affetti, pace interiore e fiducia in Dio. Su questo dovremo riflettere a fondo come pastori. È stata posta in “crisi” anche la fede: “crisi” nel senso etimologico di prova, vaglio, purificazione, in entrambe le direzioni. Dentro al cuore di alcune persone si è infatti riaccesa la domanda religiosa; alcune famiglie hanno ritrovato gli appuntamenti di preghiera; le celebrazioni di papa Francesco sono state molto seguite; tutti abbiamo ricevuto mail e telefonate da parte di chi si stava interrogando dopo tanto tempo sulla fede. Altri, nello stesso tempo, hanno vissuto una grossa difficoltà nel loro rapporto con Dio. La domanda “dov’è Dio nel dolore?”, che in alcuni momenti drammatici della storia di Israele, ma anche della storia recente, ha portato a purificare la concezione di Dio e del suo rapporto con gli uomini, si è levata tante volte in questi mesi. È una domanda che anche Gesù ha posto, intonando il Salmo 21 sulla croce. Ma la risposta si è fatta attendere, è rimasta sospesa per l’intero sabato santo. Proprio la fretta di rispondere prima di condividere, l’ansia di uscire dal sepolcro senza lasciarsi rinnovare, ha portato in questi mesi a rilanciare risposte troppo preoccupate di “difendere Dio” e incolpare alcuni uomini, come
gli amici di Giobbe poi da Dio stesso rimproverati (cf. Gb 42,7-8). È riemersa la tesi della retribuzione terrena, appartenente a quell’ebraismo che ancora non aveva integrato nella propria fede l’idea della vita oltre la morte (risurrezione, immoralità) e che quindi si muoveva nell’orizzonte terreno, dove i conti devono tornare per salvaguardare la giustizia di Dio. Quindi il giusto riceve dal Signore benedizione, con una vita lunga, ricchezze e salute, e il malvagio viene punito, con una morte prematura, povertà e malattia. Si è sentito di tutto da febbraio ad oggi: il coronavirus è causato da papa Francesco, che con la venerazione della pachamama (?) ha attirato l’ira di Dio; il contagio non poteva sorgere che dalla Cina, paese ateo e lontano da Dio; il Signore punisce i singoli dopo questa vita, ma i popoli li punisce quaggiù attraverso le catastrofi e le sventure collettive. Purtroppo molti credenti sono frastornati da queste teorie, vendute in rete come teologia autentica, contro l’incredulità di quelli che rifiutano di elaborare un teorema della sofferenza. Se non ci soddisfa nemmeno la risposta “naturalista”, per cui la sofferenza è una legge biologica inevitabile, mentre Dio è indifferente e si interessa di altro, occorre tornare a proporre la pista cristologica. Personalmente, tra le letture di questo tempo, ho trovato molte luci riprendendo in mano l’enciclica Spe Salvi di papa Benedetto XVI, che conduce una riflessione pacata e seria sulla virtù teologale della speranza, coniugandola anche con il dolore e la morte.
Il buio del Golgota e del sepolcro non è dissipato dai teoremi, ma è rischiarato solo dall’alba della risurrezione, dalla domenica di Pasqua. Tanti segni di luce, come accennavo, si sono già rivelati e si colgono con sempre maggiore nitidezza. Interrogato sul “perché” del dolore, Gesù preferisce rispondere senza ripiegarsi sulla (inutile) ricerca delle sue cause prime, ma proiettandosi piuttosto sulla conversione, sulle opere. I galilei uccisi da Pilato e le diciotto persone su cui crollò la torre di Siloe non sono più peccatori di tutti gli altri, “ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (cf. Lc 13,1-5); il cieco non è nato così perché lui o i suoi genitori abbiano peccato, ma “è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv 9,3). Gesù attraversa e affronta la sofferenza non per cercare il colpevole, ma per aprire un varco di speranza: attraverso la conversione e le opere di Dio. Lui stesso abita il dolore in modo tale da portarlo inciso anche dopo la risurrezione, nelle piaghe mostrate agli apostoli (cf. Gv 20,20.27). Il sepolcro per lui non è stata una parentesi, ma una vera e propria purificazione perché nascesse qualcosa di nuovo. Non così nuovo, però, da non portare con sé i segni del dolore: il sepolcro purifica e prepara ad una vita trasfigurata, senza cancellare i segni che sfigurano.
Il dolore ci sfida, anche pastoralmente, a cambiare qualcosa di noi: questo è «il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è» (papa Francesco, 27 marzo 2020), anche per potere impostare una pastorale rinnovata, “sanificata”. Che cos’è dunque l’essenziale? In questi anni, attraverso i nostri incontri diocesani, vicariali e parrocchiali, ma anche gli incontri personali o con i gruppi e le associazioni, abbiamo provato a tratteggiare l’essenziale, sulla scorta del magistero di papa Francesco e in particolare di Evangelii Gaudium. Ora dobbiamo certamente interrogarci di nuovo per verificare se e come quegli obiettivi siano in via di realizzazione, in che cosa si debbano correggere, se valga la pena di rilanciarli. Che cosa chiede il Signore alle nostre comunità e ai loro pastori, attraverso questa pandemia? Che cosa significa “convertirci” e lasciare che si “manifestino le opere di Dio”?
Per proseguire questa riflessione, già avviata nelle riunioni zonali tra presbiteri e che sarà nei prossimi giorni estesa ai diaconi e ai laici, concludo con tre spunti di “risurrezione”.

  • Il primato di un annuncio essenziale, fondato e credibile emerge con particolare evidenza; le interpretazioni punitive della sofferenza, la ricerca eccessiva, da parte di alcuni, di segni miracolosi e gesti straordinari, lo stordimento generale di fronte alla morte, la difficoltà di pensare nella prospettiva di una “vita eterna” che non sia solo una grandezza poetica: sono alcuni tra gli elementi che interrogano la nostra predicazione; interrogano sia il linguaggio, sia i contenuti e sia, ancora prima, il nostro personale approfondimento. Sarà opportuno interrogarci sulla formazione nostra e di tutto il popolo di Dio e riattivare dei canali capaci di annunciare più incisivamente il Vangelo e la Tradizione. Una pastorale orientata più alla relazione e meno alla conservazione, più all’annuncio e meno al consolidamento, più alla interiorizzazione e meno alla organizzazione.
  • La connessione tra le dimensioni che fanno la Chiesa – parola, pane spezzato, preghiera, carità fraterna (cf. At 2,42) – è stata posta in questione da più parti. Tra chi da una parte reclamava l’ostia consacrata, qualche volta insultando “i pastori” che non gliela concedevano, e chi dall’altra parte
    relativizzava la celebrazione eucaristica al punto di ritenerla superflua anche in futuro, c’è la prospettiva conciliare, che ha alle spalle la riflessione sull’eucaristia che ”fa” la Chiesa. La comunione eucaristica è finalizzata alla crescita della carità ecclesiale e sociale (testimonianza, servizio, missione). È un altro aspetto, lo stile eucaristico, sul quale varrà la pena di tentare qualche approfondimento, interrogandoci in questa luce anche sulle strutture (materiali, organizzative, pastorali, spirituali) e chiedendoci coraggiosamente cosa mantenere e cosa snellire.
  • La famiglia come “Chiesa domestica”. La crescita della fede in questi mesi è stata affidata particolarmente alle famiglie. La “casa”, luogo che per molti era ormai in prevalenza lo spazio del riposo e della mensa, si è sovraccaricato di altri compiti, solitamente svolti in spazi diversi, ed è diventata aula scolastica, ufficio, palestra, sala giochi… cappellina. Alcune “case” hanno accusato tensioni e perfino violenze; in molte altre, invece, si è riscoperta la dimensione domestica della Chiesa, che finora avevamo evocato (magari con nostalgia: quando si dicevano le preghiere con la nonna) e che ora ha preso qualche forma. Forse dovremo cercare di mantenere da questa esperienza un’impronta domestica della fede (annuncio, fraternità ma anche liturgia) da integrare con quella assembleare. Il “sacerdozio comune” e il “culto spirituale”, che prendono forza e sfociano nella celebrazione eucaristica, maturano e si dispiegano nella vita ordinaria e quotidiana

Maria, donna feriale di don Tonino Bello – Inserito il 10/5/2020

Chi sa quante volte l’ho letta senza provare emozioni, l’altra sera, però, quella frase del Concilio, riportata sotto un’immagine della Madonna, mi è parsa così audace, che sono andato alla fonte per controllarne l’autenticità. Proprio così. Al quarto paragrafo del decreto del Conci1io Vaticano II sull’Apostolato dei Laici c’è scritto testualmente: «Maria viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro».

Intanto, Maria viveva sulla terra. Non sulle nuvole. I suoi pensieri non erano campati in aria. I suoi gesti avevano come soggiorno obbligato i perimetri delle cose concrete. Anche se 1’estasi era 1’esperienza a cui Dio spesso la chiamava, non si sentiva dispensata dalla fatica di stare con i piedi per terra. Lontana dalle astrattezze dei visionari, come dalle evasioni degli scontenti o dalle fughe degli illusionisti, conservava caparbiamente il domicilio nel terribile quotidiano.

Ma c’è di più: Viveva una vita comune a tutti. Simile, cioè, alla vita della vicina di casa. Beveva l’acqua dello stesso pozzo. Pestava il grano nello stesso mortaio. Si sedeva al fresco dello stesso cortile. Anche lei arrivava stanca alla sera, dopo una giornata di lavoro. Anche a lei un giorno le dissero: «Maria, ti stai facendo i capelli bianchi». Si specchiò, allora, alla fontana e provò anche lei la struggente nostalgia di tutte le donne, quando si accorgono che la giovinezza sta sfiorendo.

Le sorprese, però, non sono finite, perché venire a sapere che la vita di Maria fu piena di sollecitudini familiari e di lavoro come la nostra, ci rende questa creatura così inquilina con le fatiche umane, da farci sospettare che la nostra penosa ferialità non debba essere poi così banale come noi pensiamo. Sì, anche lei ha avuto i suoi problemi di salute, di economia, di rapporti, di adattamento. Chi sa quante volte è tornata dal lavatoio col mal di capo, o sovrappensiero perché Giuseppe da più giorni in bottega non aveva molto lavoro. Chi sa a quante porte ha bussato chiedendo qualche giornata di lavoro per il suo Gesù, nella stagione dei frantoi. Chi sa quanti meriggi ha malinconicamente consumato a rivoltare il pastrano già logoro di Giuseppe, e ricavarne un mantello perché suo figlio non sfigurasse tra i compagni di Nazaret.

Come tutte le mogli, avrà avuto anche lei dei momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com’ era, non sempre avrà capito i silenzi. Come tutte le madri, ha spiato pure lei, tra timori e speranze, nelle pieghe tumultuose dell’adolescenza di suo figlio. Come tutte le donne, ha provato pure lei la sofferenza di non sentirsi compresa, neppure dai due amori più grandi che avesse sulla terra. E avrà temuto di deluderli. O di non essere all’altezza del ruolo. E, dopo aver stemperato nelle lacrime il travaglio di una solitudine immensa, avrà ritrovato finalmente nella preghiera, fatta insieme, il gaudio della fede.

Santa Maria, donna feriale, forse tu sola puoi capire che questa nostra follia di ricondurti entro i confini dell’esperienza terra terra, che noi pure viviamo, non è il segno di mode dissacratorie. Se per un attimo osiamo toglierti l’aureola, è perché vogliamo vedere quanto sei bella a capo scoperto. Se spegniamo i riflettori puntati su di te, è perché ci sembra di misurare meglio l’onnipotenza di Dio, che dietro le ombre della tua carne ha nascosto le sorgenti della luce. Sappiamo bene che sei stata destinata a navigazioni di alto mare. Ma se ti costringiamo a veleggiare sotto costa, non è perché vogliamo ridurti ai livelli del nostro piccolo cabotaggio. È perché, vedendoti così vicina alle spiagge del nostro scoraggiamento, ci possa afferrare la coscienza di essere chiamati pure noi ad avventurarci, come te, negli oceani della libertà.

Santa Maria, donna feriale, aiutaci a comprendere che il capitolo più fecondo della teologia non è quello che ti pone all’interno della Bibbia o della patristica, della spiritualità o della liturgia, dei dogmi o dell’arte. Ma è quello che ti colloca all’interno della casa di Nazaret, dove tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, hai sperimentato, in tutto lo spessore della tua naturale femminilità, gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza ritorni. Santa Maria, donna feriale, liberaci dalle nostalgie dell’epopea, e insegnaci a considerare la vita quotidiana come il cantiere dove si costruisce la storia della salvezza.

Impareremo qualcosa? Inserito il 10/5/2020

Di don Enrico PAROLARI, Prete e psicoterapeuta, Formazione permanente del clero

«Neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi»

In questo tempo del Coronavirus, che sembra non avere fine, c’è il grave e molto probabile rischio di non imparare, di non convertirsi e di non cambiare. Viene alla mente la conclusione della parabola di Lazzaro e del ricco epulone nella invocazione del ricco epulone dall’inferno ad Abramo: «Il ricco disse: “Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui: “No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”» (Lc 6, 26-31).

Per imparare da questo tempo è prima necessario attraversarlo fino in fondo. Con una metafora del racconto biblico dell’Esodo, prima bisogna attraversare il mare e poi c’è un lungo e faticoso cammino nel deserto prima di entrare nella terra promessa. “Il tempo per imparare” è fondamentale per lasciarsi mettere in questione in modo profondo e cambiare, altrimenti rimarrà retorica l’affermazione più volte ripetuta da tutti: «Non sarà più come prima!». Non c’è purtroppo solo il rischio di non cambiare, ma se non si sente, non si ascolta, se non si impara dall’esperienza, c’è anche il pericolo di andare anche peggio nella comunità ecclesiale come in quella civile.

La sindrome dell’interpretazione precoce

Non hanno il tempo di imparare i molti ammalati della sindrome “dell’interpretazione precoce”, hanno già capito tutto, forse perché lo sapevano già (!). Sono soprattutto quelli che se ne sono stati fuori da questo mare pericoloso, senza sentirsi responsabili di niente, senza essere feriti dalla vulnerabilità propria e di tante persone desolate, dai lutti, dalla paura e dall’angoscia. È una sindrome che colpisce sia laici, sia credenti, intellettuali, politici, teologi e scienziati, che hanno il giudizio facile. La facilità a giudicare è inversamente proporzionale a quella di comprendere. Quindi non ci si lascia veramente interrogare da ciò che sta accadendo per cambiare il proprio stile di vita, i propri pensieri e la qualità delle proprie azioni.

Trovare il colpevole

Non hanno tempo per imparare quelli che trovano sempre il colpevole, il capro espiatorio, dando sempre la colpa agli altri. In questa fase di iniziale remissione della pandemia stanno moltiplicandosi coloro che accusano e spesso sono gli stessi che hanno sottovalutato e deriso la gravità del pericolo. Come diceva un intelligente e simpatico professore: “Poche idee magari sbagliate, ma molto sicure”. Chi nega il pericolo spesso diventa l’accusatore scandalizzato. La teoria del nemico negli eventi sociali funziona benissimo. Nel gruppo sociale si passa dalla dipendenza, che si aspetta tutto dalle istituzioni governative, alla fuga o negazione dei problemi o all’attacco aggressivo tra le parti o verso un nemico – come ricordano «gli assunti di base» di Bion (W.R. Bion, Esperienza nei gruppi [1961] 2016). Non impara niente chi si fissa su un “nemico” come assoluto e quindi riesce a dividere il mondo in due, in modo netto, tra buoni e cattivi. È uno schema di valutazione morale che si dovrebbe superare almeno verso gli undici anni di vita, ma è molto presente anche come strategia tra alcuni politici. In tal modo si semplifica la vita a se stessi e la si complica agli altri. Soprattutto si fa grande “economia” perché non c’è da imparare, non ci si esamina sulle proprie responsabilità etiche verso il prossimo né prima né dopo. Gli interessi personali, di gruppo, di partito o di azienda sono gli unici che contano e non importa chi li paga.

Non fare i conti con se stessi

Non hanno tempo per imparare quelli che in questi giorni non stanno facendo i conti con se stessi. La pandemia crea un “pressing” emotivo pesante che risveglia le parti più difficili di sé stessi, è come una radiografia che mette allo scoperto il proprio modo di essere, le crepe e le fragilità, lo stile delle relazioni, a volte in modo così doloroso e improvviso da gettare nella confusione e da far saltare l’equilibrio psichico di una persona anche con esiti tragici. Non hanno tempo di imparare coloro che non prendono contatto con la vulnerabilità e la grandezza della propria umanità: le povertà e i limiti, le qualità e le risorse, ciò che sta più cuore e ciò che dà senso e gusto alla vita. Questo tempo di vero e proprio “tirocinio” nel vivere, così esigente, apre occhi nuovi verso gli altri oltre che verso se stessi. Può essere un tempo nel quale si impara molto anche a riguardo di esperienze precedenti, ma per imparare occorre il coraggio di rischiare e lasciarsi convertire. 

Mancare l’appuntamento con la storia

Si apre un tempo delicato e rischioso in cui re-imparare a camminare e stare con gli altri, c’è chi ha paura e c’è chi ha fretta, non è facile tenere insieme tutti i beni in un quadro equilibrato. Ma il rischio più grave sarebbe quello di non imparare e quindi di non cambiare, ma, come è più probabile, ripetere o peggiorare. Lo sappiamo, la sofferenza vissuta può unire e può lacerare, può rendere più umani e indurire, può aprire e può chiudere, può spingere alla generosità o alla vendetta, può provocare al coraggio di una nuova immaginazione possibile o può far regredire ad una rigida ripetizione ossessiva (Francesco, Il coraggio di una nuova immaginazione possibile, Osservatore Romano, 17 aprile 2020). Impareremo qualcosa? Dopo il mare del grave pericolo, come per il popolo di Israele, ci aspetta il cammino nel deserto, per imparare chi veramente siamo (“Come ci stiamo conoscendo? Quali scelte personali sono messe alla prova? Quali interrogativi rispetto al mio stile di vita?”), chi è Dio per noi (“Come è mutata la percezione del volto di Dio? Quale resistenza/lotta e affidamento/resa verso Dio? Come si sta purificando e rendendo più essenziale la fede?”), come si può camminare insieme come popolo generato dalla Pasqua (“Quali forme di solidarietà viviamo? Come stiamo riscoprendo il senso della comunione ecclesiale? Quali sentieri stiamo percorrendo nella fraternità e nella riconciliazione famigliare e sociale?”). Proprio ora c’è un tempo per imparare. Stiamo attenti a mancare l’appuntamento con la storia: «Ho paura del Signore che passa e che non ritorna!». Così ammonisce il detto agostiniano, che spesso ripeteva don Franco Carnevali, il prete che mi ha guidato negli anni della giovinezza nella scelta vocazionale e che ha donato definitivamente la sua vita in questo tempo di sofferenza e conversione.

Il vescovo di Pinerolo:

“Serve prudenza. Io per quel virus ho rischiato di morire”

intervista a Derio Olivero a cura di Paolo Rodari in www.finesettimana.org del 28 aprile 2020

«Ai vescovi suggerisco prudenza. Non sapete fino in fondo cosa sia questa malattia. Non è finita ancora, non forzate la mano». Monsignor Derio Olivero, 59 anni, vescovo di Pinerolo, a fine marzo è risultato positivo al test per coronavirus. È stato gravissimo. Intubato e tracheostomizzato, ha rischiato di morire. Ora è guarito, seppure sia convalescente in ospedale. A Repubblica racconta la sua esperienza, spesso interrompendosi per piangere. Come commenta lo scontro fra vescovi e governo? «Credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Il comunicato mi sembra abbia un po’ troppo il tono dell’autonomia. Non è questo il tempo di mostrare i denti bensì di collaborare». Si può vivere senza l’eucaristia? «Abbiamo rinunciato al triduo pasquale. Perché non provare a pazientare? Credo che questa epidemia possa essere un kairòs, un’occasione da cogliere anche nel modo di fare pastorale. Molti vescovi si sono industriati per far pregare le persone nelle case. Molti sono tornati a pregare come non facevano prima. Perché non insistere sulla necessità di reimparare la fede nelle case? Altrimenti rischiamo di tornare a celebrare le messe lasciando però che poi la vita di tutti i giorni sia vuota. La messa può anche essere una parentesi in un vuoto quotidiano». Non di sole messe vive il fedele. «Di fronte a tragedie come queste si vince insieme. Chi mostra i denti ribadisce i propri diritti e pare che vinca, ma collaborerà alla sconfitta».

Come è stata la sua malattia? «Durissima. Devo ringraziare i medici dell’ospedale di Pinerolo, un’eccellenza in Italia. A un certo punto ero certo che sarei morto. Anche i medici me l’hanno confermato. Prima della malattia se mi avessero chiesto cosa pensassi della morte avrei risposto che avevo molta paura. E, invece, in quei momenti in cui davvero ero vicino alla morte ero in pace, tranquillo». Cosa provava? «Sentivo che c’era una forza che mi teneva vivo. Non aveva la forza di muovermi, ma sentivo una presenza che mi teneva su. Quando mi sono svegliato ho visto che centinaia di persone si sono raccolte per pregare per me». Che sensazioni provava esattamente? «Come se tutto stesse evaporando, tutte le cose, tutti i ruoli, tutto. Sa cosa restava? La fiducia in Dio e le relazioni costruite. Ecco io ero fatto solo di queste due cose. Erano due cose salde, erano me». Era in pace? «Posso confidarle questo: c’è stata una mezza giornata in cui ho avuto un’esperienza bellissima. Sentivo una presenza quasi fisica, quasi fosse lì da toccarsi. È una cosa indicibile che non avevo mai provato e che mi ha cambiato la vita. Piango e mi emoziono ancora adesso. Se mi si richiedesse se sia disposto a tornare alla sofferenza di queste settimane per riprovare l’esperienza di quella presenza direi di sì. Adesso torno più entusiasta della vita. Questa malattia colpisce il respiro. Nella Bibbia respiro significa spirito, vita. Lo spirito che viene dato. Ogni respiro è un regalo da gustare, viene da Dio».

Lasciati morire, ora hanno un nome.

Ecco le vittime della strage in mare

di Nello Scavo in Avvenire del 29 aprile 2020

Erano dodici. Morti come muoiono i dimenticati.Trascinati nell’abisso di un continente che volta le spalle. Sette sono affogati in mare. Cinque mentre venivano riportati in Libia. Erano dodici, ma non sono più un numero. Anche i morti hanno diritto a un nome. Ora possiamo darglielo, per sei di loro anche un volto: Omar, Mogos, Hzqiel, Hdru, Huruy, Teklay, Nohom, Kidus, Debesay e i tre Filmon. Erano tutti cristiani. Tranne uno, «il nostro fratello Omar», diranno i superstiti.

Hanno esalato l’ultimo respiro nella notte dopo la Pasquetta. Salpati da Sabratha tra il 9 e il 10 aprile, per tre giorni hanno atteso senza cibo il barcone dei trafficanti. Tre giorni con le armi puntate, per sperare di farcela, per dire addio alla morte in Libia e per sognare di arrivare nell’Europa cristiana nel giorno di Pasqua. Ragazzi tra i 18 e i 25 anni, quasi tutti cristiani. Avevano subito schiavitù e torture. Alcuni erano stati catturati già una volta in mare, erano al secondo tentativo. Sapevano cosa vuol dire venire catturati dai libici e rimessi nelle mani dei torturatori. Stavolta un aereo di Frontex, l’agenzia europea per i confini, li aveva individuati. La posizione era stata trasmessa alle autorità italiane e maltesi, come ha precisato Frontex in una nota. Coordinate verosimilmente arrivate anche a Tripoli.

Per cinque giorni sono stati abbandonati alla deriva, nonostante le disperate richieste d’aiuto di Alarm Phone. Nonostante gli appelli della Chiesa maltese. Per cinque giorni nelle capitanerie si guardavano le cartine marittime. «Sono in acque maltesi», hanno spiegato da Roma. «No, sono in acque di ricerca e soccorso libiche», hanno risposto da Malta. Era Venerdì Santo, il giorno di Pilato. Sette di loro si erano gettati in acqua, con onde fino a due metri, per tentare di raggiungere «una grande nave», come l’hanno chiamata i sopravvissuti. Un cargo che non ha potuto avvicinarsi.

Un tribunale di Malta sta indagando per la presunta omissione di soccorso e il respingimento illegale in Libia. Per l’avvocato Giulia Tranchina, «tutti gli elementi e prove emerse finora indicano serie responsabilità giuridiche da parte delle autorità Maltesi, che si sono rifiutate per almeno 5 giorni di soccorrere le persone in mare». Lasciati alla deriva, a morire di fame e sete «hanno sofferto un trattamento inumano e degradante».

Duemila miliardi agli eserciti Il mondo si arma sempre più

di Luca Liverani in Avvenire del 28 aprile 2020

Duemila miliardi di dollari per uccidere, ma per curare i malati da coronavirus terapie intensive e dispositivi insufficienti. Fino alle scelte drammatiche su quali malati vale la pena salvare. Secondo il nuovo rapporto Sipri nel 2019 gli Stati hanno speso 1.917 miliardi di dollari per gli eserciti. In piena pandemia di Covid-19 ci scopriamo armati fino ai denti, ma senza strumenti necessari per la difesa contro un nemico reale che sta facendo stragi. E la società civile, al culmine delle Giornate globali di azione sulle spese militari, chiede di dirottare il 10% dei bilanci per gli eserciti in spese sanitarie e sociali. In Italia in particolare le Ong lanciano al governo una proposta: moratoria nel 2020 sulle spese per nuovi armamenti, 6 miliardi di euro risparmiati, senza toccare la spesa corrente. Nel 2019 dunque c’è stato un aumento delle spese militari del 3,6% rispetto al 2018, cifra record pari a 259 dollari per abitante del pianeta. È il più cospicuo aumento dell’intero decennio. La spesa maggiore è stata degli Stati Uniti (+5,3%) con 732 miliardi di dollari, il 38% del totale. Dietro, la Cina con 261 mld (+5,1%), seguita dall’India. Subito dopo Russia e Arabia Saudita. Cinque paesi che rappresentano oltre il 60% del totale. L’Italia è tra i primi 15, nona tra gli esportatori. «La spesa militare italiana per il 2020 arriva a 26,3 mld di euro. Nella previsione per il 2020 – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – quasi 5,9 mld di euro sono per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma». E allora, «se non è ipotizzabile fermare programmi già finanziati con la Legge di Bilancio 2019, è sicuramente possibile intervenire sulle prossime decisioni di budget dello Stato. È concretamente realizzabile azzerare per un anno i fondi per nuove armi presso i ministeri di Difesa e Sviluppo economico e non dare avvio alla cosiddetta “Legge Terrestre” richiesta dall’Esercito. Più di 6 mld risparmiati».

«Il mondo è travolto da una corsa agli armamenti a beneficio di pochi – affermano le ong italiane – che rischia di condurci alla catastrofe ed è indice dell’enorme potere delle industrie del settore difesa». In Medio Oriente «le conseguenze tragiche sono evidentissime». Il solo bilancio Nato «arriva a 1.035 miliardi di dollari, il 54% del totale». «Tutto ciò mentre l’Oms, che con tutti i suoi limiti è l’unico tentativo globale di rispondere a crisi medico-sanitarie, ha un bilancio biennale di circa 4,5 miliardi di dollari», sottolinea il portavoce di Sbilanciamoci! Giulio Marcon, cioè poco più di 2 mld l’anno, «per lo più contributi volontari di Stati e privati». Il bilancio dell’Oms «annualmente è lo 0,11% di quanto i Governi spendono per il militare».

Il dramma in Ecuador.

L’addio grazie a un sito Web ai morti invisibili di Guayaquil

di Lucia Capuzzi in www.avvenire.it del 13 aprile 2020

María non trova più il corpo del padre, morto mercoledì di Covid–19 all’ospedale Carbo di Guayaquil, epicentro ecuadoriano della pandemia. La camera ardente della clinica era piena e le autorità l’hanno consegnato alla task force inviata dal governo per la sepoltura in una bara di cartone, dato che i feretri di legno sono ormai introvabili.

La squadra di poliziotti e militari, guidata da Jorge Wated, ha rimosso quasi 800 cadaveri dalle abitazioni private nelle ultime tre settimane. A questi si sommano altri 631 corpi presi dagli ospedali pubblici, i cui obitori sono pieni. Tutti morti con sintomi compatibili a quelli provocati dal coronavirus, ma senza poterlo dire con certezza dato che vengono centellinati per i casi più estremi. In ogni caso, sembra evidente, che le vittime della pandemia siano molte di più delle 300 confermate. Con 7.500 casi, l’Ecuador è il terzo Paese in America Latina per numero di contagi, dopo il gigante brasiliano e il Cile. Il 70 per cento è concentrato a Guayaquil.

Là è morta, due giorni fa, a casa, la sorella di Ana. «Non ho potuto dirle addio. Vivo a Murcia, in Spagna, dal 2010. Dovevo tornare quest’estate ma ora non so se potrò farlo. Non vedevo mia sorella dal 2017, l’ultima volta che sono rientrata. Lei non aveva Internet sul telefono, i figli non sono riusciti raggiungerla per il coprifuoco quando stava male e, così, non ho potuto farle nemmeno una video–chiamata», racconta. Ad aiutare persone come María o Ana a congedarsi dai propri cari sarà ora Voces para la memoria, il memoriale virtuale creato dalla giornalista Isabela Ponce, fondatrice del sito informativo Gk. Il progetto raccoglierà le foto e le mini–biografie delle persone morte di coronavirus: ad ognuna i parenti potranno inviare un messaggio di saluto e di omaggio. Le prime venti storie saranno online dal 20 aprile e ogni settimana se ne aggiungeranno di nuove. Un modo anche per far conoscere i “morti invisibili” della pandemia.

La tragedia di Guayaquil è diventata un monito di che cosa può accadere negli altri Paesi del Sud del mondo in caso di massiccia diffusione del Covid. Nel dramma, però, Voces de la memoria vuole essere un segno di speranza. «Il virus non è riuscito a cancellare le vittime – spiega la creatrice Ponce –, presenti nel ricordo di quanti le hanno amate».

Covid e cavallette: un milione a rischio carestia in Etiopia

di Redazione esteri in www.avvenire.it del 13 aprile 20202

Un’invasione di locuste del deserto ha provocato il caos in Etiopia, devastando quasi 200.000 ettari di terreni agricoli e rendendo necessari aiuti alimentari di emergenza per un milione di persone. Lo hanno annunciato le Nazioni Unite: le cifre sono il risultato di uno studio congiunto della Fao (il Fondo per l’agricoltura) e del governo etiope e sono state pubblicate mentre l’Africa orientale si prepara all’arrivo di nuovi sciami che potrebbero rivelarsi ancora più distruttivi.

Con le abbondanti piogge degli ultimi mesi, miliardi di locuste si sono riversate nella regione, causando immensi danni in Etiopia, Somalia, Kenya, Gibuti, Eritrea, Tanzania, Sudan e Uganda.

Gli sforzi per arginare il disastro potrebbero essere complicati dalla pandemia di coronavirus, ha ammonito la rappresentante della Fao in Etiopia Fatouma Seid. L’Etiopia ha ufficialmente registrato solo 74 casi ma ha fatto pochissimi test e gli esperti temono che il suo sistema sanitario sarebbe rapidamente sopraffatto in caso di un alto afflusso di pazienti.

Rapporto Caritas. La guerra in Siria per le donne, dopo nove anni non è terminata

di Luca Geronico in www.avvenire.it del 14 marzo 2020

è come «calce viva sulla pelle delle donne» questa guerra in Siria. Barili bomba, raid dal cielo di jet militari, attacchi di eserciti e rappresaglie di milizie, città rase al suolo come Idlib in questi ultimi mesi – Aleppo Est, Homs, Hama, Damasco e la Goutha, negli anni passati – e soprattutto una vita senza più una dimora: calce viva, appunto, che scava piaghe sanguinanti nella carne e “buchi neri” nell’anima. Eppure sono «donne che resistono»; questo il titolo del rapporto di Caritas Italiana presentato per rompere il silenzio sulla sofferenza, ma anche sulla resilienza al femminile. «Non solo vittime della guerra, ma parti attive del Paese che verrà», afferma Caritas che – dopo aver inquadrato il conflitto siriano giunto ormai a una magnitudine da guerra mondiale, tratteggia il volto femminile di queste vittime: 28.076 le donne morte dal marzo 2011 al novembre 2019 secondo il Syrian network for human right, 10.363 le donne detenute e di cui – sempre dal 2011 – non si è saputo più nulla. Cifre da considerare evidentemente per difetto, se stime concordi di vari istituti scientifici, attestano ad oltre 570mila il totale delle vittime (uomini, donne e bambini) in questi nove anni di guerra.

E ora tra i 960mila profughi di Idlib – la peggiore catastrofe umanitaria in corso della Terra, confrontabile solo con lo Yemen – l’81% sono donne. Tutte «vittime violentate da una guerra che non hanno scelto, perché sono gli uomini a pianificare la guerra». Ma soprattutto, lontane da qualsiasi ribalta mediatica, queste donne che ora fuggono da Idlib e provincia e si ammassano verso il confine siriano, sono quasi sempre “mater familias”, perché i mariti e i padri sono scomparsi o impegnati al fronte. E così queste donne ora si trovano a dover garantire una ciotola di riso, una tenda e se mai fosse possibile un quaderno, una penna e un libro di testo ai loro figli. L’essere vedove o donne sole le rende, in un contesto che si può definire di guerriglia urbana diffusa, ancora più vulnerabili: di fatto sono in aumento l’abbandono scolastico e il subire molestie per avere l’accesso agli aiuti. Fra i crimini di guerra che andranno perseguiti non appena possibile, lo stupro e altre forme di violenza e discriminazione femminile. Donne che resistono, per generare la nuova Siria.

Tovato barcone disperso: 5 cadaveri, 47 superstiti. Riconsegnati ai libici

di Nello Scavo in www.avvenire.it del 15 aprile 2020

Si trovano in acque libiche i migranti dispersi da sei giorni nel Canal di Sicilia. Il barcone è stato ritrovato martedì pomeriggio alla deriva in acque di ricerca e soccorso di competenza maltese. A bordo c’erano 5 cadaveri, 47 i superstiti in condizioni estreme dopo sei giorni in mare senza acqua né cibo e con onde di oltre due metri. L’Organizzazione mondiale dei migranti (Oim) ha avuto conferma recandosi direttamente sul porto di Tripoli dove un motopesca libico con il carico di disperati attende ancora l’autorizzazione allo sbarco, che le autorità libiche al momento rifiutano.

Questa mattina una fonte di alto livello della diplomazia maltese aveva assicurato che “non ci sono migranti né dispersi in mare”, negando però di sapere dove fossero i 55 che ancora mancavano all’appello. Una menzogna che sta suscitando irritazione negli organismi internazionali che da giorni chiedevano notizie certe senza mai avere risposta. “Sarebbe il gruppo di persone in mare da giorni?”, domanda Carlotta Sami, portavoce di Unhcr-Acnur. “Ritardi nei soccorsi inaccettabili – aggiunge -. Nessuno può essere riportato in Libia da acque internazionali”. Secondo l’Oim i migranti sono stati salvati da una nave non meglio precisata “nave commerciale nella zona di ricerca e salvataggio maltese e consegnati alla guardia costiera libica”. Un respingimento in violazione delle norme internazionali che vietano di riportare in Libia profughi e richiedenti asilo “Ribadiamo che le persone soccorse in mare – aggiunge l’agenzia Onu per le migrazioni – non devono essere restituite ai porti non sicuri. Un’alternativa allo sbarco in Libia deve essere trovato urgentemente”.