7 giugno – Eucarestia sociale
Il sesto capitolo del vangelo di Giovanni inizia con il miracolo dei pani seguito da un altro segno: Gesù che cammina sulle acque. Il racconto si conclude poi con una nota piuttosto amara, con molti dei suoi discepoli che si tirano indietro e smettono di andare con lui, tanto che Gesù si rivolge ai Dodici chiedendo: “Volete andarvene anche voi?”.
Fra i segni e la domanda ai Dodici si articola il lungo discorso sul pane di vita di cui abbiamo letto una piccola parte. Un discorso complicato tanto da far decidere molti discepoli ad abbandonare la sequela. Sono parole che dividono, non tanto perché sono incomprensibili, anzi, in realtà ciò che intende Gesù è piuttosto chiaro e non si può rimanere neutrali davanti alle sue affermazioni.
La determinazione di Gesù non è la durezza di chi vuole imporre, ma è la fermezza di chi apre e fa aprire gli occhi sulla realtà: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna… la mia carne è vero cibo il mio sangue vera bevanda”. Gesù non sta facendo un discorso promozionale per convincere i giudei e i discepoli, sta semplicemente rivelando chi è e spiegando le condizioni di possibilità per seguirlo e per camminare insieme.
Camminare con lui significa condividere pienamente una realtà, quella della sua vita, una vita spesa, donata. Condividere questa vita significa mangiare la carne di Gesù, anzi, ad un certo punto Gesù cambia verbo e usa un termine che indica proprio il masticare, l’azione dura, violenta del mangiare. Camminare con lui significa riconoscere e affermare ciò che porta davvero alla vita. Dice Gesù che i nostri padri nel deserto mangiarono un cibo che non li salvò dalla morte. La manna era un cibo “leggero”, facile da reperire, un cibo che sazia per un momento e poi ti fa morire, a differenza di “questo pane”, che chi ne mangia “vivrà in eterno”.
Anche per noi è facile accontentarsi della manna, di cibi semplici e insapori che non toccano più di tanto la nostra vita. Gesù, invece, non è uno che si accontenta, lui prende posizione, fa una scelta molto chiara che gli costerà la vita. Ma se vogliamo seguirlo non possiamo non prendere posizione. Non è sufficiente predicare la pace, non serve parlare di fratellanza se le nostre parole non sono accompagnate da gesti che le rendono vere, che le rendono vita. Da sempre preti, chiesa e chiesaioli sono accusati di incoerenza, di predicare bene e razzolare male. Oggi più che mai è importante far coincidere le parole e le azioni, la predicazione con la vita. Bisogna prendere posizione e schierarsi. Non si è obbligati a stare con lui ma a scegliere sì: “Volete andarvene anche voi?” chiederà poco più avanti Gesù.
La risposta non può aspettare, il mondo aspetta la nostra presa di posizione, una presa di posizione che non sia in difesa di un privilegio, qualsiasi esso sia, ma che mostri un’opzione preferenziale per chi è nel bisogno, l’opzione che ha fatto Gesù quando ha spezzato il pane come anticipo del dono del suo corpo.
L’Eucaristia è ciò che celebriamo ma, soprattutto è ciò che viviamo, è lo sguardo che abbiamo sul mondo. Nel corso della storia la Chiesa ha spiritualizzato l’Eucaristia, ci hanno insegnato, giustamente, a rendere onore a quel pane consacrato ma, per quanto ormai sia poco di moda, resta comunque molto più facile fare adorazione eucaristica che trattare bene un povero. Questo significa che abbiamo tolto la ‘carne’ all’Eucaristia, le abbiamo tolto concretezza, l’abbiamo resa una ‘manna’ mangiando la quale continuiamo a morire, invece di sperimentare che “Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
Cinquant’anni fa, padre Pedro Arrupe, superiore generale dei Gesuiti, scriveva: “Non possiamo avere comunione con Dio se non abbiamo comunione gli uni con gli altri. E l’Eucaristia è il legame visibile che non solo simboleggia questa comunione, ma contribuisce anche a realizzarla. Essa richiama e proclama efficacemente la nostra comunione con Dio e con il prossimo. Questa riscoperta di quella che potremmo definire la “dimensione sociale” dell’Eucaristia riveste oggi un’importanza enorme. Rivediamo la Santa Comunione come Sacramento della nostra fraternità e unità. Condividiamo un pasto insieme, mangiando lo stesso pane dalla stessa tavola. E san Paolo ce lo dice chiaramente: “Il fatto che vi sia un solo pane significa che, pur essendo molti, formiamo un solo corpo perché tutti abbiamo parte in questo unico pane”. Nell’Eucaristia non riceviamo solo il Cristo Capo del Corpo, ma anche le sue membra…”
Sono passati cinquant’anni, molti poveri stanno ancora aspettando.
Don Domenico Malmusi