30 agosto – Cristo senza croce
Domenica scorsa abbiamo sentito Gesù fare un bellissimo elogio di Pietro, definirlo “Roccia” e dichiararlo fondamento di quel nuovo edificio che è la Chiesa. Se ricordate io concludevo l’omelia dicendo che, in realtà Pietro resta lui e le brutte figure che lo caratterizzano non sarebbero finite, anzi, ne avremmo incontrata una molto grossa già la domenica successiva, cioè oggi.
Nel vangelo però non è passata una settimana, siamo ancora nel contesto dello stesso episodio, cioè pochi minuti dopo dell’affidamento delle chiavi del Regno a Pietro. Questa quasi contemporaneità mette in luce un aspetto importante: il cuore è sempre ambivalente, il cuore di tutti. Nel nostro cuore abitano insieme l’amore e l’odio, la paura e la fede, il desiderio di ascoltare e la presunzione di sapere… per questo la nostra vita è una lotta costante per far prevalere uno o l’altro dei sentimenti opposti. Non è sempre facile far prevalere quello giusto.
In questo racconto Gesù ci mostra un criterio per valutare almeno uno di questi sentimenti positivi che è la fede. Nell’insegnamento di Gesù la fede è vera quando ci si affida, si ascolta e si vive quanto il Vangelo annuncia; di contro la fede è falsa quando diciamo di seguire Gesù ma siamo noi a voler fare strada, dicendo a Dio cosa e come dovrebbe fare. Esattamente come fa Pietro in questo momento.
È bello pensare di essere con Gesù e fondare la Chiesa; è bello pensare ad un’avventura che apre le porte del Regno e addirittura ci consegna le chiavi; è bello essere tutti amici vittoriosi e felici. Ma quando Gesù comincia a parlare di croce, sofferenza, rifiuto, solitudine allora il discorso è completamente diverso.
Se ci pensiamo bene, il rifiuto della croce non è altro che la fuga dalla realtà: è l’illusione non dover fare i conti con il mondo reale ed evitare contrasti, frizioni, scontri. Ma questo è impossibile. Prendere posizione contro l’ingiustizia, denunciare il male, scegliere di stare dalla parte degli ultimi e degli scartati, comporta sempre una croce: significa esporsi al rischio, all’impopolarità, al conflitto e alla rinuncia del proprio quieto vivere. Ma il vangelo è proprio questo: un modo di vivere semplice e lineare che attraversa la realtà, proprio quella realtà che vorremmo rifiutare e nascondere.
La tentazione è forte per tutti, in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Quante sono le persone che accettano Gesù come Messia senza voler mettere in conto il rifiuto e la persecuzione!? Quanti sono quelli che credono in Dio, ma in un Dio su misura, a nostra immagine, un Dio a cui possiamo insegnare cosa è giusto e sbagliato attraverso le nostre pretese e le nostre chiusure!?
Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat abbiamo cantato per secoli nella Chiesa, intendendo troppo spesso un Cristo glorioso, senza ferite. Abbiamo cercato di proporre un cristianesimo di successo, privo di rinunce, di perdite e di sacrifici. Un “Regno” senza fatica, senza dono di sé, senza croce. Era anche il desiderio di Pietro, tanto che cerca di distogliere Gesù dal suo cammino. Ed è proprio qui che viene chiamato “Satana”, colui che cerca vie facili, scorciatoie che vadano sempre e solo a proprio vantaggio.
Troppe volte noi cristiani viviamo una fede così: una fede che non prende posizione contro l’ingiustizia, una fede tranquillamente adagiata sul benessere e la comodità, una fede che non ha nulla di “cattolico” cioè che non sa guardare all’universalità ma si ferma al proprio orizzonte personale, una fede poco apostolica, cioè incapace di un annuncio vero e credibile, una fede che non tende all’unità e tanto meno alla santità.
Una fede come vuole Gesù disturberebbe molto, prima di tutto noi stessi perché sicuramente andremmo incontro a isolamento e persecuzioni. E allora cerchiamo di addolcire il messaggio, di trovare giustificazioni artificiose, oppure di spostare il problema parlando di sesso e condannando separati, gay, trans, giovani che parlano un linguaggio diverso dal nostro e tutte quante le categorie un po’ distaccate dal moralismo che è stato insegnato a noi.
Naturalmente evitando i problemi più veri come la violenza e l’oppressione che denunciava già il profeta Geremia e che continua bellamente in tante parti del mondo, spesso anche qui, vicino a noi.
Ma se il nostro cristianesimo non disturba mai nessuno, né i nostri egoismi personali né i sistemi di potere del mondo, forse ci siamo creati un Cristo su misura, un Cristo, sì, ma senza croce.
Don Domenico Malmusi