4 ottobre – Altri coltivatori
“La vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele” dice la prima lettura tratta dal profeta Isaia. Nel bacino del Mediterraneo la vigna è una coltivazione importantissima. Un frutto prezioso, dolce, con il quale fare il vino che rallegra il cuore. Non per niente le vigne sono sempre estremamente curate. Lo dice la prima lettura e lo ripete il vangelo. “Il mio diletto possedeva una vigna. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; aveva costruito una torre e scavato anche un tino” dice Isaia. “C’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre” riprende il vangelo. Sono gesti di grande cura: dissodare il terreno, proteggerla con la siepe, costruire una torre di guardia, mettere l’attrezzatura per pigiare l’uva, sono tutte azioni di amore, di cura.
Contrapposto a questa cura di Dio c’è l’atteggiamento del popolo, un popolo che produce acini che legano in bocca, cioè che non parla più al suo Signore ma si rivolge agli idoli, che trascura l’osservanza della legge e rifiuta la conversione. Sono terribili le minacce proclamate dal profeta: “”toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto…”. E Gesù continua: “A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”.
Se ascoltiamo con attenzione i due testi però ci accorgiamo che c’è una sostanziale differenza: mentre nel testo di Isaia è la vigna che non produce frutto nel racconto evangelico il vigneto resta buono, fruttuoso. Sono i vignaioli che si sono pervertiti e non vogliono consegnare il frutto al legittimo proprietario. Proprio coloro che sono incaricati di custodire e curare la vite diventano responsabili della rovina.
Capiamo allora che la parabola non è rivolta tanto ai discepoli di Gesù o al popolo, quanto piuttosto ai capi della comunità religiosa, coloro che sono chiamati a custodire e coltivare la vigna per poter consegnare i frutti al padrone. I destinatari possono essere anche di più dei capi religiosi, per esempio tutti coloro che hanno responsabilità sugli altri: quindi anche capi di governo, insegnanti, animatori e catechisti, genitori…
Il racconto è veramente un po’ paradossale: quest’uomo che pianta con cura la vite e poi l’affida ai contadini li lascia completamente liberi. Non resta nei paraggi per controllare la situazione, non si nasconde dietro una presunta responsabilità per rimanere presente e gestire le cose, magari da dietro le quinte. Lui si affida completamente ai braccianti. Dopo aver messo tanta cura, attenzione, affetto, denaro e tempo per rendere bella la vigna la consegna ad altri. È un passaggio difficile che molte persone non sanno fare. Imprenditori, fondatori di comunità religiose, inventori di strutture innovative, ma anche semplicemente tanti genitori, non sanno lasciare andare ciò che hanno creato. Di solito condannandosi poi al fallimento.
Lasciare andare, mettere nelle mani di altri è un rischio, la parabola lo testimonia, ma è l’unica via che conduce alla libertà. Questa è la logica di Dio! Dio sceglie di rimanere a distanza, assente, consegnando tutto ciò che ha. E lo fa con ciascuno di noi: consegna tutto nelle nostre mani per poi farsi da parte. La sua assenza è spazio di libertà affinché ogni uomo e ogni donna possa essere pienamente se stesso: custode di un bene che non è suo; responsabile di persone e contesti che non ha costruito lui.
Essere liberi significa che ognuno vive l’assenza del padrone a modo suo. Se si fida di un Dio che si è fidato dell’uomo allora agisce serenamente attendendo il ritorno. È quello che fanno i bambini portati al nido: se si fidano che la mamma e il papà torneranno allora restano tranquilli a giocare, ma se temono che non possano tornare allora urlano, strepitano e picchiano chi li vuole rassicurare.
I vignaioli della parabola hanno agito esattamente così: picchiando e uccidendo chi cercava di ricordare loro la presenza del padrone, un padrone che, paradossalmente, non si stanca di inviare i suoi servi pur sapendo cosa stava succedendo. È la testardaggine di un Dio che continua ad offrire una parola di bene e di vita a coloro a cui ha affidato la sua vigna.
Un padrone che non si vendica, nemmeno alla fine. Infatti, Gesù non accetta il finale proposto dai suoi interlocutori, non parla di stragi e devastazioni ma mostra che Dio sa prendere dallo scarto umano tutto il buono possibile e da lì riparte per edificare qualcosa di nuovo. “La pietra scartata dai costruttori…”
Dio non cede alla violenza, ma dalla pietra scartata, dalle rovine lasciate sul terreno sa ripartire con una storia nuova. Una storia che permetta anche a chi cede alla violenza di potersi convertire dal male e poter godere dei frutti della vigna che altri avranno coltivata.
Don Domenico Malmusi